Fra l’impulso ad odiare tutto e tutti e la tentazione di giustificarsi, ci rispecchiamo nel nostro tempo.
Fresco di matrimonio con Debora Caprioglio, l’attore protagonista Angelo Maresca interpreta, all’Accademia Teatro L'Orangerie di Roma, il monologo “Pounding nails on the floor with my forehead” di Eric Bogosian, con la regia di Stefano Reali e la collaborazione artistica della moglie. La messa in scena si avvale dell’adattamento del testo di Luca Barbareschi, che lo aveva tradotto ed interpretato nel 1995.
La sceneggiatura del 1994, ancora estremamente attuale, dello stesso autore di “Sex, Drugs & Rock ‘n Roll” e “Talk Radio” propone un susseguirsi di monologhi che offre riflessioni sul vivere moderno, con tutte le sfumature della disperazione, della pazzia e della filosofia.
Dalle visioni del protagonista si dipana una società scardinata e derelitta, popolata di individui che conducono esistenze vuote di significato senza riuscire nemmeno più a rendersi conto dell’assenza di senso delle azioni quotidiane. Il delirio del filosofo narratore oscilla fra l’impulso ad odiare tutto e tutti e la tentazione di giustificare se stesso ed il mondo per essere come è.
Alla ricerca di consolazione proprio come ognuno si noi, l’individuo descritto acutamente dall’autore armeno-americano, stravolge la realtà per renderla più accettabile; ma la finzione non durerà a lungo.
Il moto interiore che spinge il monologante protagonista ad una esternazione feroce in parole è tradotto in note dal bandoneon di Javier Salnisky. E’ con questa presenza-assenza sulla scena che l’attore cerca di instaurare un dialogo, svilendo peraltro la finzione scenica del monologo stesso. Ma anche il musicante sembra volgere lo sguardo altrove senza mostrare particolare attenzione per le farneticazioni del personaggio sulla scena.
Certo la metafora del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto ha francamente stancato, come stanca è l’interpretazione del protagonista che si agita in scena senza riuscire ad essere credibile, nonostante la sceneggiatura sia estremamente vicina al vissuto degli spettatori.
Lo spettacolo si conclude e, fra le riflessioni sul nostro esistere, rimane l’apprezzamento per un testo valido ed attuale ma anche la delusione per l’interpretazione poco sincera del protagonista.
(Valentina Carrabino)
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Chi, se non un single o una single, può decidere di farsi sedurre virtualmente da altri single?
Navigando nella rete può capitare di incappare in community virtuali dedicate ai single, ovvero a tutti quegli individui che non vivono una relazione di coppia stabile ma che lo desiderano tanto. Un sito solo per loro, gli appestati, i malati, i carenti d’amore, i tristi e soli, quelli che non riescono proprio a trovare lungo il percorso un’anima con cui condividere il cammino. Tutti questi poveri single presto o tardi decidono di affidarsi a siti del genere. Molti di loro passano per la fase di negazione in cui sostengono ingoiando amarezza che la loro condizione non è un’imposizione ma una scelta ponderata e conveniente. Sono disposti a sostenerlo per anni ma finiscono quasi tutti in analisi oppure in relazioni sentimentali improbabili.
Le occasioni d’incontro sono moltissime e l’obiettivo di questa tipologia di siti web consiste nello sponsorizzarle: c’è il dinner date, per un appuntamento al buio con la scusa di una cena; la Festa della Seduzione, un evento imperdibile per mettere in mostra i propri “talenti”; c’è poi la più convenzionale Festa dei Single, in contrapposizione all’odiosa festa di San Valentino, che cade proprio il giorno successivo, tanto per non confondere troppo le cose; e c’è anche il più spicciolo ma pratico speed dating che elimina i preliminari e le scuse per andare dritti al dunque.
E infatti la sfumatura opaca di squallore di organizzazioni del genere nasce proprio dal fatto che alla fin fine la comune disperazione di solitudine rende complici i due malcapitati che finiscono per accoppiarsi forzatamente, pur di non sprecare l’occasione, la seduta dall’estetista, la spesa del vestito e del conto.
Gli anni passano inesorabili, il corpo dimostra tutta la sua stanchezza, la società dell’apparire ci impone modelli inaccessibili, le nostre anime fragili soccombono davanti alle difficoltà del vivere quotidiano e mentre ci arrabattiamo per conquistare indipendenza, quella che poi diventa autosufficienza, quando non incapacità di rapporti umani di qualunque tipo, perdiamo di vista il bisogno di tenerezza, di condivisione, di affetto puro e semplice. Insomma diventa sempre più difficile mettersi in gioco in un rapporto di coppia e sembra sempre più impossibile superare quella sgradevole sensazione di inadeguatezza, quella costante insicurezza, se non addirittura la mancanza di autostima cronica. Dispersi in un mare di incertezze, cerchiamo consolazione e semplificazione del rapporto di coppia in community virtuali, in cui mettersi in gioco solo parzialmente, dove è possibile difendersi dietro uno pseudonimo, un personaggio creato per l’occasione, un’identità fittizia che metta in scena la seduzione al posto nostro.
C’è però anche chi ha la rara ed insostituibile capacità dell’autoironia. Allora è anche possibile che ci si prenda un po’ in giro, che ci si estranei dal vortice degli appuntamenti al buio, degli annunci sui giornali, degli incontri occasionali gestiti da sconosciuti e magari si trovi l’occasione per ridere insieme di comportamenti assurdi e distorsioni tipiche del nostro tempo.
Il sito www.vitadasingle.net, ad esempio, sponsorizza uno spettacolo teatrale, povero anche nel titolo – Singles - che tanto successo ha ottenuto in cinque consecutive stagioni europee, attualmente in scena al teatro Sala Umberto. Il portale addirittura offre l’opportunità di divertirsi e conoscere persone nuove partecipando al Bus Day promozionale dello spettacolo.
Peccato che la pièce sia debole di contenuti e di vitalità: il ritmo troppo lento della recitazione e delle scene impedisce agli attori di sorprendere gli spettatori. Il testo e le situazioni, pur proponendo spunti comici, non rappresentano niente di nuovo né di spiazzante. Lo spettatore assiste senza particolare interesse ai quadri di scena che raccontano alcune delle situazioni sopraelencate.
Peccato aver trattato un tema così vicino alla realtà attuale in maniera così scontata.
Peccato che la platea per cinque stagioni si sia accontentata di una messa in scena così debole.
Peccato che questa assomigli all’ennesima triste trovata di chi approfitta di una realtà umana malconcia per così male indirizzarla.
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« Sigh no more, ladies, sigh nor more; Men were deceivers ever; One foot in sea and one on shore, To one thing constant never; Then sigh not so, But let them go, And be you blithe and bonny; Converting all your sounds of woe Into hey nonny, nonny»
"Much ado about nothing" è il titolo originale di questa commedia ambientata a Messina; fu scritta da William Shakespeare tra l'estate del 1598 e la primavera del 1599. Analoga per struttura e temi alle commedie giocose, l'opera rientra nel novero delle tragicommedie, nelle quali l'elemento giocoso si fonde a quello tragico e propriamente drammatico, qui rappresentato dalla finta morte di una delle protagoniste,
La trama è complessa, un vero e proprio intreccio di storie d’amore ambientate a Messina alla fine del ‘500. All’inizio, Claudio (Francesco Bonomo) ed Ero (Tamara Balducci) sono innamorati e si devono sposare, mentre Benedetto (Lorenzo Lavia) e Beatrice (Giorgia Salari) si odiano. Poi, tutto si ribalta. Claudio viene ingannato e non sposa la sua promessa Ero, mentre Benedetto e Beatrice si dichiarano eterno amore.
Lo spettacolo è frutto di un’attività laboratoriale che Gabriele Lavia ha tenuto con venti giovani attori che si cimentano nell’interpretazione di un classico teatrale.
La scena si svolge quasi completamente nel palazzo del governatore di Messina Leonato e nel bosco circostante, luogo scenico tanto caro allo svolgersi di intrighi ed intrecci tipici della commedia romantica shakespeariana. Gli stessi personaggi rispecchiano prototipi cari al genio di Shakespeare: ci sono il buono, l’ingannatore, il servitore, il re, la fanciulla innocente e quella bella e ribelle.
La costruzione drammatica e le relazioni tra i personaggi di questa commedia risentono delle strutture della commedia di origine greca, poi adottate da Plauto e Terenzio, che arrivarono fino alla commedia dell'arte. Un esempio ne sono i due fratelli contrapposti Don Pedro e Don Juan, che rappresentano rispettivamente il lato buono ed il lato malvagio di una stessa medaglia. Come il primo si prodiga nell'intrecciar legami tra alcuni dei protagonisti (si pone come intermediario tra Claudio ed Ero ma anche tra Benedetto e Beatrice), il secondo tenta di distruggere l'amore tra i primi due.
Ma il vero genio comico si sviluppa nel personaggio del guitto, del capitano di ronda “Carruba”, che appartiene ad un ceto inferiore rispetto agli altri personaggi e che, grazie alla sapiente traduzione ed alle divertenti trovate registiche, con notevole talento comico offre una brillante e gustosa interpretazione.
Canti e balli in scena contribuiscono a creare quella rumorosa atmosfera fresca e giovanile che traspare dal testo. Gradevoli le musiche suonate dal vivo da alcuni degli stessi interpreti.
Troppo enfatizzate alcune scene ed eccessivamente gridate le parti in questa messa in scena dl sapore un po’ acerbo. La storia appassiona, con tutti gli espedienti della commedia classica, dalla finta morte ai fraintendimenti ma gli interpreti non riescono del tutto a dare una dimensione corale all’opera.
La scelta del teatro India di affidare ad un’esperienza di laboratorio l’apertura della stagione è certamente coraggiosa e gradita, in quanto dimostrazione della forte attenzione alle nuove generazioni ed al teatro di domani, che costituirà la direttrice fondamentale della futura programmazione.
(Valentina Carrabino)
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C’è tutta una strategia di luci e di regia dietro gli applausi alla fine di ogni spettacolo teatrale. Bastano pochi semplici trucchi per far durare a lungo l’applauso del pubblico e tenerlo inchiodato alla poltrona a plaudire i talenti oltre che gli sforzi degli artisti. Poi basta qualcuno che esordisca con un “Bravo” oppure che si alzi in piedi nelle prime file per sollevare l’eccitazione generale ed incitare a far uscire più volte gli attori a ringraziare. Finché non si accendono le luci in sala che automaticamente autorizzano gli spettatori a lasciare il teatro, ad allontanarsi e quindi a salutare la magia del palcoscenico.
Non sempre. Certe volte non servono le strategie. Certe volte non occorre tramare. Il plauso è spontaneo ed incontenibile. E allora puoi anche accenderle le luci in sala, e spararle addosso al pubblico, ma loro continueranno ad applaudire. Magari perché quello che hanno appena visto ed ascoltato, ed emotivamente vissuto, li ha toccati proprio dentro. E vogliono ringraziare per quel dono, per quello scuotimento, per quella divina capacità catartica che il teatro ancora possiede.
Così succede dopo uno spettacolo di Ascanio Celestini. Così è successo nel teatro romano di Ostia Antica sabato scorso. Il pubblico ha continuato ad applaudire ed a ringraziare per quel fiume di parole, per quei racconti in cui ciascuno riconosce un pezzo di sé o del sentiero che percorre, per le riflessioni scaturite da quelle storie, che sono capaci di andare a toccare certe corde che stanno in fondo al cuore e da laggiù poi di attivare tutto un mondo di energia, che diventa incontenibile. E se non ci sei abituato trovi solo un modo per esprimerla. E applaudi.
Una fabbrica è un insieme di edifici destinati alla produzione industriale. Vi si trasformano generalmente le materie prime o semi-lavorate in prodotti finiti.
Una fabbrica è un brulicare di vita, un insieme di esseri umani destinati a svolgere il loro turno giornaliero. Vi si trasformano generalmente i corpi e gli umori col passare degli anni e delle vicende umane che vi si susseguono.
Per chi lavora in fabbrica non c’è un vero e proprio dentro e fuori dall’officina. Tutta la vita finisce per ruotare attorno a quell’edificio, a quelle persone, a quegli orari, a quelle abitudini, a quelle imposizioni, a quei divieti e a quelle concessioni.
La storia che Ascanio Celestini racconta è la storia di tre generazioni di operai, tutti con lo stesso nome che trascinano lo stesso destino. Eccezionale affabulatore ripete come una cantilena la dedica della lettera che sta scrivendo - “Cara madre..” - e mentre ripete si fa coraggio e prosegue nel racconto, nella descrizione degli eventi, quelli accaduti sul serio e quelli sognati, quelli scolpiti nelle pieghe della storia del passato e quelli che si ripetono nel presente, quelli delle testimonianze raccolte durante il suo progetto di ricerca e quelli scaturiti dalla sua creatività loquace, inarrestabile, irriverente, incredibilmente tenera e spietata.
Il ritmo della storia è sempre serrato ed avvincente, anche quando le digressioni sembrano allontanare chi ascolta dal sentiero principale. Ascoltare diventa azione attiva, partecipazione diretta perché emotiva. Questo è ciò che rende speciale il teatro di Celestini, questo è ciò che lo rende unico e che rapisce gli animi. Questo è il motivo per cui nonostante gli aerei passino a disturbare non si spezza la tensione, questo spiega perché le strategie non servono alla fine di uno spettacolo che merita davvero un lungo applauso. Seguito da un lungo silenzio di riflessione. Magari con gli occhi in su a cercare qualche risposta nel cielo carico di stelle, oppure seguendo le ombre degli alberi per capire se assomiglino di più a quelle mobili e stufe legate alle immobili cose o a quelle scalpitanti e vivaci legate alle instancabili persone.
(Valentina Carrabino)
Al teatro Piccolo Eliseo di Roma dal 06/05/2008 al 01/06/2008
Come quando ascolti la radio ed impaziente continui a cambiare le stazioni, così le storie di vita di Michi vengono raccontate una dopo l’altra. Senza approfondirne alcuna, senza capirne nessuna. Come tante fotografie di istanti che non completano il quadro completo. Unico filo conduttore la radio e la musica di sottofondo.
Da Bob Dylan ai Sigur Ròs, dagli Stranglers a Giorgio Gaber, da Janis Joplin a Paolo Conte, è la musica a fare da contrappunto emotivo alla narrazione. E’ una narrazione spezzettata, proprio come quelle interruzioni delle voci della radio, che, come intercalari, spezzano il fluire delle note musicali, per raccontare brevi spezzoni di vita, per dire veloci battute, per declamare aforismi o intrattenere con battute leggere gli ascoltatori.
Il potere evocativo della radio cattura l’attenzione del pubblico della stessa generazione di Tullio Solenghi, che viene accompagnato attraverso gli anni, a partire da quegli anni ’50 quando ci si riuniva tutti davanti al mobile-radio che sembrava avere poteri magici, fino alle lotte degli anni ’60, percorrendo vicende di vita comuni di un individuo come tanti alla ricerca di un riconoscimento di eccentricità.
Il testo di Sabina Negri, elaborato dall’interprete solista Tullio Solenghi e dal regista Marcello Cotugno, non tiene desta l’attenzione dello spettatore, che rimane piuttosto attratto dall’interpretazione del bravo ed esperto protagonista, che sapientemente vira verso l’ironia.
Vicende politiche, umane, dolorose, buffe, vengono appena accennate dall’autrice senza uno sviluppo definito nell’insieme della narrazione che scorre accompagnata da una gradevolissima colonna sonora.
Come quel fruscio di fondo che gratta dal vinile e disturba l’ascolto, così la narrazione a spezzoni lascia una sensazione di incompletezza, proprio come sketches poco elaborati che dipingono un quadro indefinito.
Curiosità: Tullio Solenghi debutta alla radio, ad appena 17 anni, come “annunciatore sostituto” al gazzettino della Liguria, sede R.A.I. di Genova. E poi, col “trio” vara nel 1982 Helzapoppin Radio Due.
(Valentina Carrabino)
Fate la guerra imbecilli mortali. Morirete tutti!
Dalla tragedia di modello euripideo, scritto e diretto da Maria Giovanna Rosati Hansen, debutta al Teatro Abarico di Roma Le Troiane. L’opera, che fu rappresentata per la prima volta nel 415 a.C. ad Atene nel teatro di Dioniso, nell'ambito di una trilogia legata alla guerra di Troia, rappresenta il momento estremo della guerra di Troia: morti tutti gli uomini, le donne di Troia (che costituiscono il coro), aspettano il loro destino nel campo dei vincitori.
Fanno meno male i dolori e le lacrime se sono in molti a soffrire in modo analogo
Ulisse vuole uccidere Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca, per timore che questo, una volta diventato adulto, possa ricostruire Troia. Nonostante le preghiere di Andromaca e di Ecuba, regina di Troia e madre di Ettore, Ulisse getta il piccolo dall'unica torre superstite alla distruzione della città. Ride la morte dalle ossa spezzate
Euripide punta i riflettori sui vinti, in particolare sulle donne, con lo scopo di gettare luce sulle sofferenze e sul dolore portati dai conflitti armati. Dalla guerra di Troia a oggi, le guerre, in tutta la loro crudezza, accompagnano l'uomo in un delirio di distruzione. La tragedia riproposta in una dimensione atemporale che lega il teatro alla realtà sociale, propone una metafora multiforme per parlare di un tema attuale come la distruzione causata dalle guerre.
Fate la guerra imbecilli mortali. Morirete tutti!
Sono le donne che raccontano la storia del mondo: ecco allora la sanguinaria dea della guerra, l’imponente Ecuba regina di Troia, Andromaca trafitta dal dolore, Cassandra visionaria, Elena scaltra e passionale. Ed ecco gli uomini che riecheggiano attraverso le loro lodi o i loro insulti, che lasciano orfani quei figli che non faranno estinguere la stirpe degli eroi, ma che per colpa delle vigliacche paure dei vincitori subiranno un crudele destino.
“Può un bambino risuscitare Troia dalle sue ceneri?”
Lodevole il messaggio che induce alla riflessione sul presente e sulla storia della violenza umana; apprezzabili le suggestioni create dalla messa in scena dello spettacolo. Eccezionalmente calzante la scelta musicale che abbina canti tradizionali del sud al dolore delle donne in nero. Peccato che non tutti gli attori siano all’altezza di una tragedia classica ed ogni tanto si avvertano dei vuoti scenici dovuti forse alla poca esperienza di palcoscenico di alcuni dei giovani interpreti.
Attraverso la voce del coro delle donne di Troia, attraverso incursioni contemporanee nel classico, attraverso le suggestioni degli ambienti, lo spettacolo, estremamente attuale, ha molto da suggerire al pubblico che lo segue con attenzione.
(Valentina Carrabino)
vedi la scheda completa pubblicata su www.teatroteatro.it
Mario Prosperi scrisse questo testo all’inizio della sua carriera nel 1962. L’autore ritiene che sia ancora identificativo del suo modo d’intendere il teatro e lo ripropone, dopo averne realizzato una versione in video, al teatro Politecnico di Roma fino al 25 Maggio.
Rossella Or, con la sua intensa teatralità, maggiormente nota all’avanguardia, ricopre il ruolo della protagonista ed esprime nei gesti e nel suo particolarissimo fare teatro lo smarrimento esistenziale della condizione di solitudine. L’autore e regista interpreta lo Sconosciuto, che desidera avvicinarsi alla protagonista ma ne è continuamente respinto. Come un giovane cupido, inizialmente convinto che tutti si possano veramente amare e che l'amore possa superare anche la depressione, si trasforma in diabolico elfo dispettoso quando realizza invece che amare l’amore porta ad un amore narcisistico introvabile che non può far altro che portare alla morte di sé.
La ripetizione della musica, tratta dall’opera di Shostakovich, accompagna le vicende sulla scena fino all’epilogo drammatico. I personaggi incarnano caratteri definiti: c’è la bella che per senso di colpa è alla ricerca della stabilità nella coppia ma rimane sempre insoddisfatta di ciò che trova nel suo compagno; c’è la bestia, ovvero l’uomo incapace di amare teneramente che per dimenticare il doloroso passato si rifugia nell’alcol che diventa una buona scusa per sfogare i più bassi istinti; c’è il giovane inesperto che rincorre l’ingenua ragazzetta ma desidera la donna adulta e misteriosa che gioca con lui perché non sa giocare con gli uomini veri; c’è la donna sofferente e depressa che non si concede alle gioie d’amore perché quando ha amato ha perso la persona cara. Ed infine, quasi a tenere i fili dei personaggi, c’è il diavolo tentatore che non è anche ingannatore perché paradossalmente l’animo umano non ha bisogno di trucchi per esprimere la sua beffarda natura distruttiva.
Sotto lo sguardo sornione del barista che assiste a questi incontri e scontri di cuori, gli eventi si svolgono sulla stessa scena, tra una notte ed un’alba, fra luci e d ombre, mentre le fronde delle foglie continuano a muoversi al vento, quasi a simboleggiare l’eterno movimento delle anime alla ricerca dell’amore. Un amore introvabile, irriconoscibile, inarrivabile ma soprattutto provvisorio.
La messa in scena ha la debolezza di essere troppo lenta, mentre la recitazione drammatizzata della Or non è in sintonia con quella degli altri interpreti. Si avverte inoltre una certa stanchezza nei movimenti di scena ed una vuota monotonia nei passaggi a fondo palco.
Lo spettacolo offre però interessanti spunti di riflessione su un tema tanto abusato come l’amore, che l’autore analizza nella sua provvisorietà e che tratta dal punto di vista della sua forza distruttiva.
(Valentina Carrabino)
In prima nazionale al Teatro India, debutta E la notte canta del drammaturgo, romanziere e poeta norvegese Jon Fosse, per la regia di Valerio Binasco.
In questa piéce viene messo in scena un mondo carico di umanità e di realtà. Il timore dell’abbandono si esprime attraverso la vuota eco delle parole, del silenzio, degli oggetti, delle pause. Nella rappresentazione l’articolarsi degli eventi non è evidente, la trama si dipana attraverso piccoli gesti o parole, minimi dettagli che creano suspence. Quella di Fosse è una scrittura musicale e la notte canta perché i pensieri fluiscono attraverso la musicalità delle pause fra le battute dei personaggi, il ritmo degli intercalari, col vuoto ripetersi dei pensieri, nel deserto dei comportamenti, nella tragicomica meccanicità delle situazioni, nella paura della paura.
Qui anche lo spazio è musicale. Lo spazio scenico è diviso in più ambienti, ciascuno connotato da suoni specifici e suddiviso nettamente dagli altri. L’appartamento prigione in cui si svolge l’azione ha uno spazio centrale costituito principalmente da un divano, un tavolo ed una finestra. In questo spazio si muovono e comunicano i personaggi mentre il frigorifero scandisce un ritmo fastidioso ed irregolare. Poi c’è la camera da letto, separata da una porta che viene accuratamente chiusa ogni volta che qualcuno vi si sposta: l’intimo ed il personale vengono rinchiusi e tutti gli interpreti hanno cura di lasciarli separati dallo spazio comune, quello del vissuto soffocante. E poi c’è l’ingresso, con l’armadio, lo specchio e la porta, separato da una parete netta ed animato dal rumore lontano del mondo esterno e dal suono metallico delle chiavi e della serratura. Questo spazio è vissuto solo dalla giovane donna e dagli altri pochi personaggi che si incontrano brevemente con i due protagonisti.
Le vicende dei due giovani sposi lentamente si evolvono verso una rottura. La semplicità dei dialoghi è scandita da una logica elementare. Lo spettatore si rispecchia nel quotidiano della coppia e sente tutto il peso del vuoto lacerante dell’incomunicabilità, che l’affetto e l’abitudine alla vicinanza non possono sostituire. La ripetizione cadenzata dei motivi di insoddisfazione, la dolce ingenuità della ricerca di conferma nell’affetto dell’altro, lo scontrarsi silenzioso di ossessive nevrosi e di apatie depressive raccontano la storia di una coppia come tante. L’assurdo è nella non azione del protagonista che invece nel finale agisce; il paradosso è nell’estrema coerenza della disperazione di entrambi. La poesia è nelle parole del la giovane donna che in procinto di lasciare il marito e la sua unica vita dice: “Forse sarebbe più semplice se avessimo tante cose”
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Al teatro Nuovo Teatro Colosseo di Roma - Dal 29/04/2008 al 04/05/2008
Se la metafora ha un’espressione visibile, questa pare essere la forma a cui si assiste.
La scena è vuota, spezzata solo da un sipario, oggetto scenico che fa da tramite per la trasformazione degli attori sul palcoscenico. Gli attori sono due ed entrambi hanno un doppio che si svela dopo il cambio d’abiti dietro il siparietto.
Le luci sono statiche. Le musiche o altri suoni assenti. Risuonano melodie nel cantilenante cadenzare ritmato delle battute degli attori. Gli attori interpretato marionette di porcellana, costrette a ripetere la stessa scena di un balletto non appena qualcuno apre la scatola imbottita in cui sono contenuti. Sono marionette nel ruolo di attori, costrette ad inventare nuovi numeri per alimentare l’illusione di poter stupire, incantare, interessare ancora a qualcuno.
E’ qui rappresentata la condizione umana colta nel suo accostarsi all’esperienza dell’abbandono. Tale condizione viene evidenziata dall’utilizzo di marionette, metafora dell’essere incapace di definire il suo destino, scritto da altri, stabilito da altri. Come ogni attore in scena attende la luce su di sé per recitare la sua parte, così Mirko Feliziano e Beatrice Ciampaglia impersonano due marionette chiuse in una scatola in attesa che una mano zingara la apra per dar loro uno spiraglio di vita. Terrorizzati all’idea di un futuro buio e silenzioso si affidano all’illusione dell’amore, dell’emozione, della morte pur di non giacere insonnoliti in vuota attesa, proprio come due marionette di indole beckettiana, in attesa di un fantomatico "pertuso" che toglierà loro ogni speranza.
La messa in scena ha la debolezza di non riuscire a tener desta l’attenzione del pubblico. Seppur bravi, gli interpreti recitano dialoghi tanto vuoti da lasciare perplessi, se non annoiati gli spettatori. Ed in assenza di uno sviluppo narrativo del testo come di una risoluzione agli accadimenti, si avverte la spiacevole sensazione di aver assistito alla messa in scena di una metafora. Niente è successo in realtà. La finzione pesa più del reale ma il suo peso specifico è inconsistente.
Tratto dal libro inchiesta di Ilda Bartoloni, un documentario che non rende giustizia alla ragione del teatro. Uno spettacolo-inchiesta senza particolari emozioni né riflessioni sagaci.
Ho sempre creduto che il senso del teatro, la magia del palcoscenico, ciò che lo rende speciale ed unico, ciò che spiega perché mi è tanto caro, risieda nella capacità di chi ci lavora, dal regista agli attori, dagli autori ai musicisti ed ai tecnici, di renderlo credibile, ovvero possibile mentre accade, e di arricchire chi vi assiste di un messaggio, un’emozione, una vibrazione interiore.
Questo spettacolo invece, che nasce dall’idea di mettere in scena la storia del viaggio iniziato negli anni settanta da una generazione di donne pronte a lottare per la rivendicazione dei loro diritti, attraverso i 22 racconti tratti dalle oltre 60 interviste realizzate da Ilda Bartoloni, autrice del libro-inchiesta che dà il titolo alla pièce, manca del tratto fondamentale della vitalità.
La regia di Daniela Giordano è carente di idee efficaci, il cui senso non vada ricercato in una banale se non oscura simbologia, e non mette in risalto le qualità del testo né le genuine interpretazioni delle giovani attrici. I forzati movimenti in scena delle cinque ragazze che quasi mai interagiscono fra loro, mentre perlopiù si rivolgono alla platea, non seguono un senso narrativo, né giustificano i meccanici spostamenti degli sgabelli, unici oggetti di una scena scarna e non connotata.
I filmati originali che aprono lo spettacolo, seguiti dai brani tratti dalle interviste di tre esponenti del movimento delle donne degli anni ’70, presentano le figure delle madri, con cui le protagoniste crescono e che prendono a modello, per imitarle, adorarle o contrapporvisi. Poi prendono a raccontarsi loro, le figlie, le ragazze dell’oggi in cui rispecchiarsi. Ognuna ha i suoi dolori ed i suoi modi di reagire. Niente di nuovo nel panorama del vissuto al femminile.
Gli spunti offerti dal testo non trovano una realizzazione originale, né particolarmente interessante, ma il risultato è, seppur lievemente, godibile, senza particolari emozioni, senza eccessive riflessioni, senza uscire dal teatro cambiati rispetto a quando vi si è entrati.
Si poteva scandagliare più a fondo nei meravigliosi abissi della psiche femminile.
(Valentina Carrabino)
pubblicato su www.teatroteatro.it