La stanza è bianca ma il lampadario acceso sembra avere una luce più scura del soffitto. Io guardo il soffitto perché non posso fare altrimenti. Intanto sento le voci ed i rumori. Le voci sono quelle di mio padre, che ha la erre moscia ed un tono rassicurante, e del signor Aristide, che pronuncia tutte le vocali aperte ed ha una voce stridula niente affatto rassicurante. I rumori sono quelli dei tubi, del metallo elettrico e dell’acqua, e poi ci sono i miei sputi. Se ascolto loro che parlano ho meno paura. Ho sempre paura quando vengo dal dentista.
Oggi è la festa del papà e lui appena sveglia mi ha detto: “Tatina sai che oggi è la mia festa? Dimmi cosa vuoi per regalo ed io l’esaudirò”
“Voglio che mi accompagni dal sig. Aristide perché così voi parlate ed io non mi accorgo che mi toglie i denti. Se sento la tua voce e tu sei lì con me io non ho paura. Ci vieni?”
“Certo piccola. Non hai nulla da temere”
Ho otto anni e da tre vengo dal dentista almeno una volta al mese. Ho l’apparecchio ma quando posso lo lascio sul lavandino e faccio finta di averlo dimenticato così posso stare senza tutto il giorno e mi sembra che sono più bella. Papà si arrabbia quando non mi metto l’apparecchio ma lui non vive con me quindi non lo sa sempre quando succede. Io lo so che lui si sente in colpa perché lui e la mamma si sono lasciati ed ora non siamo più una famiglia, così ogni sera quando mi chiama io ci parlo un po’ al telefono anche se ho tante cose da fare. Così lo rassicuro e lui si sente più tranquillo.
Io e mamma poi non stiamo mica sole perché spesso c’è Fabiano, che mamma dice che è il suo compagno. Anche papà vive insieme a Dorothy e anche lui la chiama la sua compagna. Io non lo so perché si chiamano così, ma dev’essere normale perché a nuoto anche Giusy mi ha detto che la settimana scorsa è andata al cinema con il compagno di sua mamma. Anche a scuola ci chiamiamo compagni, ma non ne ho mica solo uno io.
“Aristide sei mai stato a Roma?”
“Sì, è una città mèravigliòsa
“E se dovessi andarci a vivere, quale quartiere sceglieresti?”
“Hai mica intènziòne di trasfèrirti a Ròma?”
“No, ma sono lì spesso per lavoro e francamente comincio ad essere stufo di stare sempre in albergo”
Quando una parola fa un suono che mi piace io la ripeto nella mente tante volte.
Francamente. Francamente. Francamente. Come lo dice mio papà non lo dice nessuno: francamente
Non lo sento più quello che si dicono lui e Aristide adesso perché il tubo di metallo elettrico stride ed io continuo a ripetere la parola francamente perché mi aiuta a non avere paura. Poi sono costretta a smettere perché il signor Aristide mi sta facendo una domanda
“Dimmi la vèrità: è vèro che non pòrti sèmpre l’apparècchio?”
“Io lo metto sempre”
“Tatina, digli la verità. Diglielo che il lavandino a casa ha i denti più dritti del mondo”
“Va bene allora lo metto ogni volta che me ne ricordo. Però davvero non capisco cosa dice papà. Io non so nulla di lavandini con i denti dritti”
Anche a scuola lo faccio. Ogni volta che mi mettono alle strette faccio finta di non capire. Oppure faccio la faccia da matta e sbaglio i verbi apposta. Di solito funziona perché mi lasciano in pace per un po’. Oppure si preoccupano e mi fanno le coccole, che a me non mi dispiace mica.
“Dì Tatina, ti va di andare al porto?”
“Sì papà, facciamo che mi rincorri e se mi prendi vinci un bacio!”
Correndo sento i capelli leggeri che si alzano e mi pare di avere le ali. Papà non corre veloce e allora faccio finta che ho visto una barca troppo bella e gliela voglio far vedere. Lui sorride e io sono felice perché come sorride lui non sorride nessuno. Gli si accendono gli occhi e sembra che la luce si riflette su chi lo guarda. Poi papà ha i denti belli, anche se uno è morto. Lui dice che se lo tiene così e non lo cambia perché ci è affezionato, ma io l’ho sentito mentre diceva a Dorothy che basto io che do i soldi ad Aristide. Che poi anche Aristide c’ha tutti i denti storti ed io non capisco perché con i miei soldi non ci va lui dal dentista a farseli mettere a posto. Forse anche lui da piccolo aveva un lavandino coi denti dritti.
“Papà che vuol dire francamente?”
“E’ un po’ come sinceramente. Essere franchi vuol dire essere sinceri. E’ il contrario di chi dice le bugie”
Al porto ci sta pure la barca di papà, ma lui non la usa quasi mai. L’ha presa insieme a zio Armando che ci porta sempre qualche ragazza. Lui le chiama per nome e non dice mai che sono le sue compagne. Stavolta non c’è nessuno però. Ci passiamo davanti perché a me piace tanto guardarla. La barca si chiama come me e mentre siamo lì davanti io faccio segno a papà di avvicinarsi e quando lui si abbassa verso di me gli do un bel bacio.
“Anche se non mi hai presa, hai vinto un bacio perché oggi è la tua festa”
Lui sorride di nuovo ed io sono troppo contenta e penso che mi devo ricordare di questo momento, che me lo devo conservare nella testa così lo posso tirare fuori ogni volta che papà non ci sarà, ogni volta che papà sarà a lavorare da qualche parte del mondo, ogni volta che papà sarà in vacanza con Dorothy, ogni volta che al telefono mi dirà ciao velocemente perché non ha tempo per me.
“Sai che sei speciale, piccola mia? Francamente, sei una vera fatina”
Allora lo abbraccio stretto stretto e gli do un altro bacio. Così non me lo posso scordare più.
Valentina Carrabino
“La nuova moda le vuole sfacciate: calzando sculture rampicanti le donne di oggi si avviano verso un futuro raggiante su tacchi iperbolici.”
Conteggiò velocemente il numero delle battute ed aggiunse la firma: Babael. Era questo il nome d’arte che aveva scelto nel momento stesso in cui aveva accettato di curare una rubrica sul giornale AdessoDonna. Conteggiava sempre le battute, le parole, gli spazi di ogni articolo, per esigenze tecniche di stampa, ma anche perché provava un sottile piacere nella misurazione delle cose che creava. Contava automaticamente anche le parole che pronunciava. Le capitava spesso nella vasca da bagno quando discorreva a lungo con ipotetici ascoltatori. Serviva a misurare il senso dei suoi monologhi.
Babael era diventata donna da poco dopo una triste esistenza passata a casa con sua madre, una volubile quanto fragile donna di oltre 60 anni. Contrariamente a tanti altri, il cui primo desiderio consiste nell’ostentare la nuova forma, non appena ebbe superato i dolori delle operazioni, lei si chiuse al mondo esterno. Ermeticamente coccolata dalla dimora fatta costruire apposta per lei, trovò a 40 anni il coraggio di separarsi dalla madre e dalla realtà stretta in cui non riusciva ad esprimersi. Disse alla mamma che per lavoro si sarebbe trasferita al nord e si fece costruire una casa su un albero. Quello sarebbe stato il suo nord, almeno per un po’.
Lassù si dedicò a scrivere il romanzo della sua vita. Contemporaneamente, usava lo pseudonimo Babael per firmare una rubrica su un settimanale di poche pretese che le restituiva un contatto con il mondo esterno nonché delle entrate fisse per mantenere i suoi seppur minimi bisogni vitali.
Per la casa aveva speso molti dei suoi risparmi. Era semplice e non troppo grande, ma super accessoriata, proprio come l’aveva sempre desiderata: una tana capace di renderla autosufficiente.
Il resto dei suoi risparmi li aveva spesi per cambiare sesso, interventi che non aveva ancora finito di pagare. Ma non si curava di questo peso perché sapeva che aveva agito per il suo bene e sentiva che lassù, ascoltando il suono delle foglie fra i rami scossi dal vento, il suo bene poteva coincidere con il bene dell’umanità. Trovava sempre il tempo per prendersi cura del suo corpo con esercizi yoga e la pratica costante della masturbazione. Quest’ultima attività le era stata preclusa quando era uomo: si vergognava del suo sesso e sentiva il giudizio di sua madre così non si era permesso mai alcun piacere fisico. Ora che era diventata donna invece poteva concedersi un’escursione nel mondo del piacere, di qualunque genere esso fosse. Non la disturbava affatto di procurarselo da sola, con l’ausilio di qualche ingegnosa invenzione proposta dall’industria del sesso.
Non le importava di condividere con qualcuno le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi progetti. Aveva così tanti personaggi nella mente con cui dialogare ed a cui raccontare storie. Non sentiva la mancanza di un amico vero. Gli esseri umani in carne ed ossa le avevano fatto male e così ora li gestiva a modo suo. Anche i rapporti con l’editrice del giornale erano virtuali. Scriveva e vedeva pubblicati i suoi articoli online. A volte riceveva i commenti delle lettrici e stava iniziando a pensare che avrebbe potuto permettersi di curare un’ulteriore rubrica, una sorta di “angolo delle confidenze” (23 caratteri, spazi inclusi) oppure “ditelo a Babael” (15 spazi inclusi). Preferiva la seconda. La parola Babael aveva un suono incantevole. La ripetizione della stessa consonante e della stessa vocale in quella perfetta simmetria di tre consonanti e tre vocali la conquistava ogni volta che a voce alta la ripeteva.
“Cosa scrivi Babael?”
“Scrivo una storia”
“Che tipo di storia?”
“Oh, è la storia di una donna molto speciale che decide di andare a vivere in fondo al mare. Lì incontra se stessa, scopre di avere dei poteri magici e cambia il mondo sottomarino in un mondo al contrario”
“Ma è una storia surreale. Non ci crederà nessuno!”
“Uff. Non interrompermi, sai che non lo sopporto. Ora rispondi: qual è il contrario di sottomarino?”
“Sopraterrestre?”
“Se non mi facessi ridere ogni tanto ti getterei di sotto. Anzi no, ti seppellirei dentro il tronco del mio albero”
Quando la trovarono ai piedi dell’albero, scalfita da migliaia di tagli, nessuno pensò a contarli. Nessuno sapeva chi fosse e faticarono a trovare dei parenti interessati a riconoscerla. La sua nuova identità era rimasta un segreto per tutti. Un segreto che Babael aveva custodito gelosamente e che aveva portato via con lei.
Nella casa sull’albero ai piedi della quale si era uccisa trovarono un manoscritto. Sembrava in codice. I numeri e le parole si alternavano rincorrendosi in una danza che seppur razionalmente incomprensibile conquistava i sensi. Anche solo a guardarlo si provava un’ebbrezza inaspettata; provando a leggerlo ad alta voce poi si aveva l’impressione di essere rapiti da un incantesimo.
One day I found a big book buried deep into the ground.
I opened it but all the pages were blank and, to my surprise, it started writing itself
Valentina Carrabino
“il presente è sospeso su un abisso fra due sponde friabili”
Ci sono io. Abito uno strano pomeriggio col cielo grigio pallido. Guardo in su cercando una forma fra le nuvole che rispecchi i miei pensieri, cerco di trovare corrispondenza fra la mia interiorità ed il mondo esterno. Chiedo alla natura di suggerirmi una via. Penso ad un canyon, alle ripide pareti di due montagne e mi par di correrci in mezzo. Corro veloce. E mentre corro penso.
Ho cambiato la mia vita. Ho stravolto la mia quotidianità, ho assunto nuove responsabilità, ho accettato molti compromessi. Ho lottato contro l’ottusità. Corro. E mentre corro resto sospeso. Come su un ponte che congiunge due mondi, come in bilico fra due pareti scoscese, ho imparato a scivolare, ho seguito il pendio e accolto la sua inclinazione, ho accettato le peripezie, ho cercato una via fra le difficoltà. Ho adattato la mia natura, ho smussato gli angoli troppo spigolosi del mio carattere, ho accolto la differenza con propositiva apertura.
Mentre corro mi manca il fiato. Ora sono stufo. Vadano al diavolo i polemici, gli inerti, i critici incapaci di proporre una alternativa efficace e realizzabile. Al diavolo le chiacchiere senza costrutto, le lamentele senza propositività. Io ho bisogno di fiducia. Voglio realizzare le cose che progetto, voglio migliorare la realtà in cui ho accettato di agire.
Corro ancora ma guardando in su. Oltre quei limiti, oltre quelle ripide pareti che sembrano ostacoli ma sono trampolini. Si può percorrerli al contrario, si può scivolare in senso inverso alla forza di gravità. Si può correre verso l’alto. Basta volerlo.
Un’amica una volta mi ha detto che volere è potere. Ed io le ho creduto.
Oggi corro e mi sento stanco. Oggi credo e mi sento debole. Oggi non vedo luce e la cerco dentro di me. Oggi vorrei ascoltare una volta di più quella voce amica. Vieni a rincuorarmi, vieni a ricordare al mio petto che se batte forte non potrà fermarsi mai. Vieni a portare energia rinnovata energia da lasciar scorrere nelle mie vene. Vieni a pulsare per darmi il coraggio, quello dei sognatori, quello di chi è capace di cambiare il mondo perché è in grado di dare una svolta al sentiero su cui si è incamminato per avvicinarsi alla meta. Vieni a darmi voce per gridare i miei obiettivi, vieni e portami oltre le bassezze dei miei vicini, oltre le rivalità e le invidie degli esseri dal cuore arido, vieni a ricordarmi che posso volare lontano perché sono in grado di guardare lontano. Vieni a ridestare la luce nel mio sguardo. A scuotere i miei sensi indeboliti dai vizi. A farmi apprezzare una volta ancora quel sorriso sincero, quel palpito di vita in un battito di ciglia. Fammi godere dei piccoli gesti, dei doni quotidiani che ricevo perché sono capace di accoglierli. Vieni a sprimacciarmi le ali.
I can fly. I can shine even in the darkness.
Quando le forze attrattive tra le molecole di due liquidi diversi sono molto più deboli di quelle presenti fra le molecole dei rispettivi liquidi puri, i legami fra molecole diverse tendono a non formarsi.
Per questo motivo i due liquidi non si mescolano spontaneamente.
La regola generale, pratica e molto utile, che viene insegnata agli studenti di chimica è che "il simile scioglie il simile" facendo riferimento al tipo di sostanza ed al tipo di interazioni.
Liscio nervosamente i capeli mentre leggo sul manuale di chimica organica che la miscibilità di due liquidi può essere prevista in funzione della struttura molecolare delle due specie. Ne deduco che allora anche l’immiscibilità è prevedibile. Questo pensiero mi innervosisce. Lo spettro della consapevolezza mi inacidisce lo stomaco. Conati di vomito mi aggrediscono. Sento che sono a un passo dall’esplosione. Non so davvero come sfogare tutta questa rabbia.
Continuando a leggere emerge che la causa dell’immiscibilità è da ricercarsi nel tipo di interazioni che si instaurano tra le due sostanze, intendendo per interazioni le forze attrattive o repulsive che si formano quando molecole di una stessa sostanza o di sostanze differenti si avvicinano tra loro.
Un prurito diffuso aggredisce anche la mia pelle. Rossori brucianti lampeggiano come spie di un’imminente esplosione, come un’eruzione vulcanica. Il magma sobbolle mentre il cervello tritura rancori. Sbuffo fuori l’aria mentre matura una malsana idea. Insanamente le dò credito. Seguo il bellicoso progetto.
Esco di casa. Il libro rimane aperto sul tavolo. Prendo l’autobus che mi porta sotto casa tua. Arrivata sotto la finestra che affaccia sulla strada afferro un sasso e lo lancio forte contro il vetro.
Grido. Voglio distruggere ciò che non hai voluto che fosse. Voglio fare a pezzi la rabbia che mi divora. Voglio sfogare tutta questa aggressività che mi rosicchia da dentro impedendomi di accettare lo stato dei fatti.
“Mi stupisce che lei abbia scelto proprio il corso di chimica signorina. Non mi da’ l’idea di una che sta volentieri in laboratorio”
“Dipende dalla compagnia” ti ho detto sfacciatamente al nostro primo incontro.
Tu hai sorriso rispondendo alla mia malizia con un’ulteriore provocazione: “Allora avremo modo di sperimentare la sua resistenza”
“Sono pronta” ti ho detto mentre sentivo il sangue correre veloce e smuovere il mio plesso solare. Ho socchiuso le labbra che sentivo turgide di pura follia. Ho respirato a fondo avvicinandomi appena prima di allontanarmi; girandomi ho fatto in modo che i miei capelli ti accarezzassero il viso. Di spalle sentivo i tuoi occhi addosso e già sognavo le tue mani su di me. Varcando la porta ho sentito il bisogno di appoggiarmi alla parete tanta era la vertigine che provavo. Inebriata da quell’incontro travolgente, cominciavo a scivolare nell’abisso.
Il corpo si faceva liquido per adattarsi alla nuova forma del desiderio che sperimentavo travolta da forze inarrestabili e sconosciute. Forze ignote mi attraevano.
Ignobile, sfrenata, inarrestabile brama mi portò fra le tue braccia. Fugaci incontri sotto i tavoli fra alambicchi e provette. Sono stata solida, liquida e gassosa durante i nostri voraci amplessi. Eppure tutto vietava una qualsiasi unione sessuale fra di noi: il tuo ruolo, la tua famiglia, la differenza di età, la tua aritmia. Niente ci conduceva all’unione eccetto uno sterminabile desiderio.
Io volevo te. Ti volevo per sempre. Ti volevo sempre. Tu volevi sentirti vivo. I nostri corpi si univano a dispetto di ogni logica. Le nostre menti non trovavano niente in comune. Io continuo a volerti ma tu non vuoi più saperne di me. Mi hai sciolta e lasciata ad evaporare su un terreno troppo caldo per non soffocare prima di trovare via di scampo. Io ti odio almeno tanto quanto ti voglio. La mia testa batte forte e si scontra con i limiti di un’incompatibilità che si studia sui libri, che i tuoi studenti sono capaci di dimostrare ma che io soffro sulla pelle e nelle viscere. Dentro me ora scorre sangue bollente che scioglie le pareti di queste vene incapaci di contenere questa lava.
Servirà spezzare un vetro, frantumerà questo desiderio fatto a pezzi dal tuo rifiuto razionale e logico?
L'affermazione “il simile scioglie il simile” fornisce un utile criterio per valutare la solubilità di un solido in un dato solvente o la miscibilità di due liquidi. La stessa affermazione non spiega i bagliori della mente ed i gesti sconsiderati di un cuore trafitto dalla consapevolezza di un’immiscibilità.
Valentina Carrabino
NB: un ringraziamento speciale ad Ornella che mi ha ispirata pubblicando questa immagine sul suo blog: http://undiciperiodico.splinder.com/
Accidia indica l'avversione all'operare mista a noia e indifferenza. L'etimologia classica del termine lo fa derivare dal greco: a (alfa privativo = senza) + kédion (= cura), sinonimo di indolenza.
Qualcosa mi risuona nella mente. Si ripete come un loop. E’ un suono. Sembra avvicinarsi ed allontanarsi ripetutamente. Accompagna i miei pensieri. Sempre.
Sono sul mio divano. Il respiro è lento. Ascolto il rumore dei miei polmoni che si riempiono e si svuotano d’aria. Seguo il circuito dell’aria nella stanza.
Mentre mi perdo fra evoluzioni di particelle elementari sento di nuovo quel suono.
Mi par di ricordare che ascoltavo la stessa melodia anche mentre mi trovavo nel liquido amniotico della placenta di mia madre. Mi par di rievocare il rumore dei suoi passi che vanno a tempo con quella strana musica.
Il vento spalanca la finestra con un tonfo. Mi ridesto lentamente dai pensieri in cui costantemente resto immerso. Non mi alzerò nemmeno questa volta per mettere in ordine ciò che il fato ha disfatto. Intanto il vento continua a mettere a soqquadro la stanza. Foglie galleggianti svolazzano nell’aria mescolandosi alle particelle del mio respiro, rimaste sospese al sopraggiungere dell’ennesimo pensiero inutile. Ancore demenziali, o demoniache, che mi tengono legato a questa vita nell’unico modo che riesco ancora a concepire come reale. Anche se di reale rimane ben poco. Nemmeno più le abitudini. Un tempo sì, mi aiutavano a sopravvivere. Rituali quotidiani ripetuti ossessivamente per affermare una volontà di esistenza. Oggi non più. Oggi ci sono solo io con i miei pensieri. A volte, ma solo raramente, mi abbandonano. Manca la capacità di seguirne le circonvoluzioni e spossato cado nel sonno della demenza. Quando me ne risveglio ho sempre da rimproverarmi qualcosa. Ma poi passa. Tutto passa e scivola via. Anche questo vento passerà. Anche questa confusione svanirà, oppure verrà sostituita da una nuova voluta mentale.
La faccenda del suono ripetuto sembra interessante. Quasi varrebbe la pena di riprenderla. Ascolto quella melodia e la ritrovo nelle ore trascorse, nei passi che mi giungono da fuori, nelle voci ridenti dei vicini. E’ il suono che fa il mondo quando gira.
Avevo soffocato quella stupida attitudine all’immaginazione. Eccomi invece a riprendere questo pensiero irrazionale. In fondo ogni volta scelgo di abbandonare un nuovo volo pindarico per ripiombare su questo divano. Accogliente certezza dell’indolenza, statica e riposante noia delle intenzioni, fondamentale soppressione di ogni forma di progettualità. Abolizione della complessità nell’illusione della effimera repressione del cambiamento.
Eppure il mondo continua a girare. Ed io con lui. E fa rumore. Ed io non riesco a smettere di ascoltarne il suono.
“Giuà! Ma che stai a fa? Figlio meu, semp su sto divano a durmì .. ma dormi poi?
Mé .. scetate c’ m’occorre l’olio della Lella. Và .. và .. e nun te sbajà .. arricuordate che lu funno ha da esse scuro”.
Valentina Carrabino
“Cosa? Vuoi iscriverti ad un corso? E per quale motivo? Per perdere altro tempo?”
Lui l’aveva aggredita, come faceva ogni volta che aveva qualche senso di colpa da nascondere. Se la prendeva con lei scagliandole addosso l’ira di chi non è capace di fare i conti con la propria coscienza, ma cerca un pretesto per sbattere la porta ed uscire di casa: “Tanto rimarrai sempre una buona a nulla!”
Lei sapeva che lui stava andando da un’altra. Lo aveva seguito più di una volta ed ormai conosceva il volto ed il cappotto di quella donna che lui preferiva a lei. Riconosceva anche in quel modo furioso di aggredirla una ricorrente modalità che lui azionava ogniqualvolta sentiva la necessità di coprire la sua scappatella. Gianni infatti sperava di camuffare le sue uscite furtive con Santa inscenando litigate e discussioni con sua moglie Clara. Sapeva che non avrebbe rinunciato alla sua amante perché si sentiva lusingato dalle attenzioni di una donna giovane ed affascinante. Qualche volta si rendeva conto che effettivamente non avrebbe avuto una particolare attrazione per quella donna, se non fosse stato per ciò che simboleggiava. Non voleva rinunciare al piacere di sentirsi vivo grazie alla trasgressione del tradimento. Non voleva fare a meno di quelle ore d’aria che si prendeva per resistere alla quotidiana noia inflitta dal rapporto matrimoniale con Clara.
Sua moglie era una donna bella ma non affascinante. Mancava in lei quel qualcosa che rende le persone speciali, o meglio vive. Clara piuttosto era come assopita. Stanca e pigra nei confronti degli eventi e delle persone, abituata ad avere tutti gli agi e le comodità, non aveva mai lottato per ottenere qualcosa e ciò la rendeva fragile come una bambola di porcellana. Allo stesso modo risultava noiosa e statica come una bel giocattolo appoggiato su una mensola.
Gianni era un uomo sulla cinquantina, un professionista che si era fatto da sé. Imprenditore non troppo ardito, divideva una discreta fortuna con i suoi soci, che poi erano gli stessi compagni dai tempi dell’università. Non aveva mai imparato a gestire la sua rabbia ed a volte scoppiava in eccessi d’ira apparentemente ingiustificati. Clara non voleva vedere questo aspetto di suo marito. Non era stata lei a sceglierlo ma lo aveva accolto in virtù della sua posizione stabile che le avrebbe garantito di riposare per il resto della sua vita sulle piume morbide dell’agiatezza.
Preferiva non parlare dell’altra donna con suo marito, sentiva che non sarebbe riuscita ad affrontare le problematiche che ciò avrebbe fatto emergere. Decise che quel problema non esisteva. Inoltre le uscite di nascosto di lui giustificavano quel suo comportamento aggressivo che altrimenti Clara non sarebbe riuscita a spiegarsi.
Seguendo il suggerimento di Soledad, la vicina di casa di origini spagnole che viveva sola da una vita ma sorrideva nonostante tutto, Clara si iscrisse ad un corso di scrittura creativa. Non aveva ben chiaro cosa potesse aspettarsi da un simile laboratorio ma era abituata a non avere aspettative dunque seguì l’onda di un passeggero entusiasmo, sperando che quella distrazione l’avrebbe aiutata a soffocare quel dolore lieve a cui non voleva dare né un nome né tanto meno una spiegazione.
Altri mondi ed altre anime scelsero come lei quello stesso corso di scrittura per i più svariati motivi. Chi lo preferì per via dell’orario, chi perché voleva stare vicino a qualcun altro, chi per dare finalmente una direzione all’antica e radicata passione per la scrittura. C’era chi si era iscritto solo per occupare la serata del lunedì, e chi cercava svago per non pensare ad altre preoccupazioni che l’affliggevano. In certe situazioni il brulicare di vita produce effetti inaspettati e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Altre volte invece te lo trovi proprio davanti.
Così successe a Clara. Seduta davanti a lei c’era una giovane donna bionda. Sulle prime, ancora stordita dall’incontro con tante persone nuove e dalle veloci presentazioni, non lo notò, ma appena si fece silenzio, mentre l’insegnante leggeva ad alta voce un esempio di racconto, guardò davanti a sé e riconobbe nel colore e nella foggia il cappotto della donna che suo marito Gianni preferiva a lei.
Automaticamente e senza accorgersene Clara assunse una posa morbida. Si assestò sulla sedia lasciando cadere le braccia lungo il corpo. Rimase in silenzio, lasciando scivolare via i pensieri rumorosi che le rimbombavano attorno e dentro la testa. Si eclissò, per qualche istante, o per qualche ora.
Davanti a lei la giovane donna bionda si guardava intorno incuriosita con fare cinico e prudente. Sembrava non avere grande fiducia nel corso in sé, ma mostrava una particolare attenzione nei confronti di tutti i suoi compagni eccetto una, quella che stava seduta proprio dietro di lei. Non era attratta da quella donna candida con le guance lievemente rosate. Sembrava non avesse nemmeno un cuore a palpitarle dentro il petto. Così non la degnò d’attenzione e si concentrò piuttosto sulle rughe del suo vicino non più giovanissimo.
Giada era tanto introversa quanto emotiva. Inoltre aveva una curiosa percezione ultrasensoriale che le permetteva di sentire vibrazioni che la maggior parte dei suoi conoscenti non percepiva. In quel suo vicino dal volto segnato dalle rughe, Giada aveva intravisto qualcosa di dolce e misterioso allo stesso tempo. Lo scrutava attenta intenzionata a saperne di più.
“Dato che siamo ad un laboratorio, adesso ognuno scriverà un racconto, una storia breve. Deve però fare riferimento ad un’esperienza autobiografica che avete vissuto davvero”.
Quando l’insegnante destò i suoi allievi dalle riflessioni interiori a cui ognuno si stava abbandonando, ci fu come un brusio sommesso. Inoltre il compito non sembrava essere semplice né di immediata realizzazione. Nonostante ciò, colti dall’entusiasmo del primo incontro e dalla innata voglia di riuscire, ognuno di loro si concentrò su quanto si apprestava a scrivere.
Clara invece si destò preoccupata dal torpore in cui era caduta:
“In che senso scrivere? Qui? .. ma .. così? Adesso?”
Nonostante i suoi deboli tentativi di sottrarsi a quella richiesta, Clara si accorse ben presto che era l’unica che ancora non si era messa a lavorare. I suoi compagni erano già chini sui fogli, intenti a sfornare storie come fossero degli scrittori navigati. Qualcuno di loro addirittura l’aveva guardata con uno sguardo compassionevole, cercando di incoraggiarla.
“Ma è assurdo!”
Lo disse più per sé che per farsi sentire. Rifletteva su se stessa, sulla sua vita, su cosa l’aveva spinta a quel laboratorio, sulla donna che aveva davanti e che forse nemmeno sapeva che l’uomo con cui usciva era sposato con lei.
Mentre le rimbombavano nella testa le parole che Gianni le aveva detto sbattendo la porta, si soffermò ad ascoltare il pulsare della sua vena sul collo. Si sentiva agitata e decise di fuggire. Voleva solo andare via. Così raccolse confusamente il suo cappotto e salutò il gruppo farfugliando che doveva proprio scappare, avendo cura di non incontrare lo sguardo di Giada.
Uscendo rifletté sul termine “buona a nulla” e giustificò il suo comportamento rassicurando se stessa per aver tenuto fede all’impegno.
“Non tutti sono buoni a fare nulla. Io sì”.
Sulla scia di quella ritrovata identità vacillante Clara si incamminò giù per le scale mentre nell’aula l’insegnante si chiedeva cosa mai aveva detto per spaventare così quella signora.
Valentina Carrabino
Lei era uscita. Non aveva voluto star lì a vederlo andare via.
Eppure era stata lei a deciderlo. Di non vivere più insieme. Di lasciarlo. Di fargli trovare nello spiazzo davanti casa i mobili della camera da letto che avevano scelto insieme qualche anno prima. Proprio lei aveva insistito per andare insieme al mobilificio a scegliere il letto e tutto ciò che occorre ad una coppia che decide di convivere. Così aveva detto lei.
La casa era di proprietà di Elena e quindi Edoardo si era offerto di occuparsi delle spese per i mobili nuovi.
Avevano anche dato seguito ad un curioso vezzo che ricordava ad entrambi usanze antiche e li teneva così radicati ad una tradizione comune. Avevano fatto ricamare sui guanciali le loro iniziali: E per Elena, E per Edoardo. Gli piaceva l’idea che nessuno dei due avrebbe potuto riconoscere il suo e così i loro odori si sarebbero mescolati fino a diventare un’unica cosa. Uniti, fusi, coesi. Così volevano amarsi. Così avevano provato a percorrere il sentiero della vita.
Lui bevve velocemente quanto si era versato nel bicchiere e ripensò a quella volta che una bambina, scoprendo i loro rispettivi nomi, aveva trovato tanto difficile pronunciarli insieme: “Elena ed Edoardo”, aveva farfugliato faticosamente. “Edoardo e Elena” ancora riprovando in maniera confusa.
Troppe e.
Troppe congiunzioni?
Troppe similitudini?
Edoardo continuava a farsi quelle domande. Lasciò che gli risuonassero nella testa fino a diventare un ritmico ticchettio. Poi si estraniò da ciò che lo circondava. Dimenticò la stanza vuota di mobili. Smise di farsi ferire il cuore dalla vista di quel materasso nudo e dei due guanciali vicini senza più un futuro.
Stanco di chiedersi quale fosse stato l’errore nel passato, si tuffò nel presente.
Fuori il cielo era limpido. Di quei mobili non aveva bisogno. Il suo bicchiere era vuoto. E lui aveva voglia di correre.
Uscì lasciando la porta aperta.
Valentina Carrabino
Ogni volta che si trovava su un treno era come se il tempo gli scorresse più lieve addosso. Gli bastava sedersi vicino al finestrino per poter guardare il paesaggio scorrere veloce e mutevole fuori. Mentre il suono cantilenante e regolare delle ruote metalliche sulle rotaie lo accompagnava, entrava in uno stato di trance che lo aiutava ad uscire dall’impasse in cui cadeva ogniqualvolta doveva prendere una decisione.
E così anche quella notte. Aveva preso il primo treno che percorresse un tragitto abbastanza lungo per il suo intento: aveva bisogno di un percorso che gli potesse permettere di far scorrere tante immagini attraverso il finestrino da poter far cessare l’ansia interiore che provava. Anche stavolta doveva decidere del suo futuro; tanto per cambiare era incapace di focalizzare, di capire cosa lo mandasse in tilt e di cosa avesse paura.
Come magicamente gli succedeva ogni volta, i pensieri si alleggerivano man mano che il treno andava.
E così anche in quella strana serata estiva, su quel treno per chissà dove, in quel vagone quasi vuoto.
Aveva un libro con sé - Baudolino di Umberto Eco - ma non lo aveva neanche aperto.
Poi nello scompartimento arrivò una donna. Era molto bella ed elegantissima. Lui rimase imbambolato a guardarla mentre il suo profumo lo trascinava in un mondo sconosciuto ed affascinante, sott’acqua a ballare con le creature marine più fantastiche.
Quando a malapena si risvegliò dallo stato di assurdo torpore in cui era caduto appena lei era entrata per sedersi proprio di fronte a lui, si rese conto che la donna stava parlando al telefono. Quindi provò a darsi un contegno e tornò a guardare fuori dal finestrino. Ma, irresistibilmente attratto, non poté fare a meno di ascoltare cosa lei stesse dicendo, provando a carpire informazioni sull’interlocutore o sulla vita privata della bellissima creatura arrivata da chissà dove.
“Certo.
“Una serata come le altre. La televisione mi annoiava e mi sono messa sul divano a leggere un libro.
“… Baudolino.
“ di Umberto Eco
“Non so... Sono appena all’inizio
“anche io non vedo l’ora
“la prossima settimana se tutto va bene
“certo amore. Come vuoi.
“Un bacio
“Notte
L’aveva ascoltata sbalordito, incantato a guardarla senza la minima discrezione durante tutta la durata della telefonata.
Lei sorrideva dolce mentre con voce suadente augurava la buonanotte al suo interlocutore.
Si sentiva scosso intimamente da tutta quell’assurda situazione: risentito dal comportamento di lei eppure rapito dalle sue movenze. Lo sguardo di complicità con cui lo aveva guardato mentre cercava un titolo, prendendo in prestito il suo libro, aveva totalmente annientato in lui ogni rigurgito di moralità.
Mentre lei toccava la copertina del libro, continuando a parlare al telefono e guardandolo, lui diventava il suo alleato, succube, suddito. Sarebbe stato disposto a mentire per lei in quell’istante e per il resto della sua vita.
Appena lei chiuse la conversazione al telefono però tutto si trasformò. Lei assunse un’espressione seria e distante.
Lui non capiva.
Avrebbe voluto chiedere qualcosa. Parlare. Domandare. Ma cosa?
“Dove sei diretta?
“Perché menti al tuo uomo?
“Perché ammicchi verso di me mentre lo fai?
“Cerchi la mia complicità, il mio silenzio, o stai cercando di sedurmi?
Non pronunciò nessuna di quelle domande.
Anche in quel caso non riusci’ a prendere una decisione. Dunque soffocò nelle viscere l’incredibile smania di baciare la creatura enigmatica che aveva davanti.
Valentina Carrabino
Lavoro in un posto che si trova un po’ fuori mano. E’ abbastanza distante da dove vivo ma è ben collegato tramite un mezzo pubblico. Così ogni volta che vado al lavoro prendo quell’unico tram, da capolinea a capolinea, e lungo il tragitto mi piace immergermi in un libro. Certe volte però il tram è popolato di ragazzi chiassosi ed allora mi riesce difficile seguire la lettura.
Seduta, sempre nello stesso posto, un po’ per abitudine, un po’ per scaramanzia, certe volte mi sorprendo ad osservare alcune persone. I loro modi, le loro voci, i particolari del viso, le mani, le scarpe, quando è possibile perfino gli odori. A volte, quando qualcuno attira la mia attenzione, provo il desiderio di sfiorare la sua pelle: anche se solo per un attimo, serve a farmi sentire vicina a quell’essere e mi par di condividere con lui un pezzo di strada.
Probabilmente questa è una specie di deformazione professionale derivata dal fatto che sono una massaggiatrice. Per tutta la vita ho sempre avuto la convinzione che attraverso i corpi passasse una comunicazione profonda che ho sempre cercato di approfondire.
Lavoro in un posto equivoco. Le persone ci vengono apposta per dare sfogo a certe fantasie che altrimenti terrebbero represse e nascoste. Si spogliano nudi e si lasciano massaggiare. Godono dell’anonimato perché vengono bendati. Anche noi massaggiatori siamo bendati, così da non poter svelare le loro segrete identità. Mi piace questo lavoro. Anche quando mi spingo un po’ oltre il massaggio. E’ implicitamente previsto ma siamo liberi di fermarci quando lo riteniamo opportuno.