E la notte canta (Natta syng sine songar) | writing addiction

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mercoledì, 14 maggio 2008

E la notte canta (Natta syng sine songar)

e la notte canta

In prima nazionale al Teatro India, debutta E la notte canta del drammaturgo, romanziere e poeta norvegese Jon Fosse, per la regia di Valerio Binasco.
In questa piéce viene messo in scena un mondo carico di umanità e di realtà. Il timore dell’abbandono si esprime attraverso la vuota eco delle parole, del silenzio, degli oggetti, delle pause. Nella rappresentazione l’articolarsi degli eventi non è evidente, la trama si dipana attraverso piccoli gesti o parole, minimi dettagli che creano suspence. Quella di Fosse è una scrittura musicale e la notte canta perché i pensieri fluiscono attraverso la musicalità delle pause fra le battute dei personaggi, il ritmo degli intercalari, col vuoto ripetersi dei pensieri, nel deserto dei comportamenti, nella tragicomica meccanicità delle situazioni, nella paura della paura.

Qui anche lo spazio è musicale. Lo spazio scenico è diviso in più ambienti, ciascuno connotato da suoni specifici e suddiviso nettamente dagli altri. L’appartamento prigione in cui si svolge l’azione ha uno spazio centrale costituito principalmente da un divano, un tavolo ed una finestra. In questo spazio si muovono e comunicano i personaggi mentre il frigorifero scandisce un ritmo fastidioso ed irregolare. Poi c’è la camera da letto, separata da una porta che viene accuratamente chiusa ogni volta che qualcuno vi si sposta: l’intimo ed il personale vengono rinchiusi e tutti gli interpreti hanno cura di lasciarli separati dallo spazio comune, quello del vissuto soffocante. E poi c’è l’ingresso, con l’armadio, lo specchio e la porta, separato da una parete netta ed animato dal rumore lontano del mondo esterno e dal suono metallico delle chiavi e della serratura. Questo spazio è vissuto solo dalla giovane donna e dagli altri pochi personaggi che si incontrano brevemente con i due protagonisti.

Le vicende dei due giovani sposi lentamente si evolvono verso una rottura. La semplicità dei dialoghi è scandita da una logica elementare. Lo spettatore si rispecchia nel quotidiano della coppia e sente tutto il peso del vuoto lacerante dell’incomunicabilità, che l’affetto e l’abitudine alla vicinanza non possono sostituire. La ripetizione cadenzata dei motivi di insoddisfazione, la dolce ingenuità della ricerca di conferma nell’affetto dell’altro, lo scontrarsi silenzioso di ossessive nevrosi e di apatie depressive raccontano la storia di una coppia come tante. L’assurdo è nella non azione del protagonista che invece nel finale agisce; il paradosso è nell’estrema coerenza della disperazione di entrambi. La poesia è nelle parole del la giovane donna che in procinto di lasciare il marito e la sua unica vita dice: “Forse sarebbe più semplice se avessimo tante cose”

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postato da: carrabinov alle ore maggio 14, 2008 02:49 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni

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