Al teatro Piccolo Eliseo di Roma dal 06/05/2008 al 01/06/2008
Come quando ascolti la radio ed impaziente continui a cambiare le stazioni, così le storie di vita di Michi vengono raccontate una dopo l’altra. Senza approfondirne alcuna, senza capirne nessuna. Come tante fotografie di istanti che non completano il quadro completo. Unico filo conduttore la radio e la musica di sottofondo.
Da Bob Dylan ai Sigur Ròs, dagli Stranglers a Giorgio Gaber, da Janis Joplin a Paolo Conte, è la musica a fare da contrappunto emotivo alla narrazione. E’ una narrazione spezzettata, proprio come quelle interruzioni delle voci della radio, che, come intercalari, spezzano il fluire delle note musicali, per raccontare brevi spezzoni di vita, per dire veloci battute, per declamare aforismi o intrattenere con battute leggere gli ascoltatori.
Il potere evocativo della radio cattura l’attenzione del pubblico della stessa generazione di Tullio Solenghi, che viene accompagnato attraverso gli anni, a partire da quegli anni ’50 quando ci si riuniva tutti davanti al mobile-radio che sembrava avere poteri magici, fino alle lotte degli anni ’60, percorrendo vicende di vita comuni di un individuo come tanti alla ricerca di un riconoscimento di eccentricità.
Il testo di Sabina Negri, elaborato dall’interprete solista Tullio Solenghi e dal regista Marcello Cotugno, non tiene desta l’attenzione dello spettatore, che rimane piuttosto attratto dall’interpretazione del bravo ed esperto protagonista, che sapientemente vira verso l’ironia.
Vicende politiche, umane, dolorose, buffe, vengono appena accennate dall’autrice senza uno sviluppo definito nell’insieme della narrazione che scorre accompagnata da una gradevolissima colonna sonora.
Come quel fruscio di fondo che gratta dal vinile e disturba l’ascolto, così la narrazione a spezzoni lascia una sensazione di incompletezza, proprio come sketches poco elaborati che dipingono un quadro indefinito.
Curiosità: Tullio Solenghi debutta alla radio, ad appena 17 anni, come “annunciatore sostituto” al gazzettino della Liguria, sede R.A.I. di Genova. E poi, col “trio” vara nel 1982 Helzapoppin Radio Due.
(Valentina Carrabino)
Fate la guerra imbecilli mortali. Morirete tutti!
Dalla tragedia di modello euripideo, scritto e diretto da Maria Giovanna Rosati Hansen, debutta al Teatro Abarico di Roma Le Troiane. L’opera, che fu rappresentata per la prima volta nel 415 a.C. ad Atene nel teatro di Dioniso, nell'ambito di una trilogia legata alla guerra di Troia, rappresenta il momento estremo della guerra di Troia: morti tutti gli uomini, le donne di Troia (che costituiscono il coro), aspettano il loro destino nel campo dei vincitori.
Fanno meno male i dolori e le lacrime se sono in molti a soffrire in modo analogo
Ulisse vuole uccidere Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca, per timore che questo, una volta diventato adulto, possa ricostruire Troia. Nonostante le preghiere di Andromaca e di Ecuba, regina di Troia e madre di Ettore, Ulisse getta il piccolo dall'unica torre superstite alla distruzione della città. Ride la morte dalle ossa spezzate
Euripide punta i riflettori sui vinti, in particolare sulle donne, con lo scopo di gettare luce sulle sofferenze e sul dolore portati dai conflitti armati. Dalla guerra di Troia a oggi, le guerre, in tutta la loro crudezza, accompagnano l'uomo in un delirio di distruzione. La tragedia riproposta in una dimensione atemporale che lega il teatro alla realtà sociale, propone una metafora multiforme per parlare di un tema attuale come la distruzione causata dalle guerre.
Fate la guerra imbecilli mortali. Morirete tutti!
Sono le donne che raccontano la storia del mondo: ecco allora la sanguinaria dea della guerra, l’imponente Ecuba regina di Troia, Andromaca trafitta dal dolore, Cassandra visionaria, Elena scaltra e passionale. Ed ecco gli uomini che riecheggiano attraverso le loro lodi o i loro insulti, che lasciano orfani quei figli che non faranno estinguere la stirpe degli eroi, ma che per colpa delle vigliacche paure dei vincitori subiranno un crudele destino.
“Può un bambino risuscitare Troia dalle sue ceneri?”
Lodevole il messaggio che induce alla riflessione sul presente e sulla storia della violenza umana; apprezzabili le suggestioni create dalla messa in scena dello spettacolo. Eccezionalmente calzante la scelta musicale che abbina canti tradizionali del sud al dolore delle donne in nero. Peccato che non tutti gli attori siano all’altezza di una tragedia classica ed ogni tanto si avvertano dei vuoti scenici dovuti forse alla poca esperienza di palcoscenico di alcuni dei giovani interpreti.
Attraverso la voce del coro delle donne di Troia, attraverso incursioni contemporanee nel classico, attraverso le suggestioni degli ambienti, lo spettacolo, estremamente attuale, ha molto da suggerire al pubblico che lo segue con attenzione.
(Valentina Carrabino)
vedi la scheda completa pubblicata su www.teatroteatro.it
Mario Prosperi scrisse questo testo all’inizio della sua carriera nel 1962. L’autore ritiene che sia ancora identificativo del suo modo d’intendere il teatro e lo ripropone, dopo averne realizzato una versione in video, al teatro Politecnico di Roma fino al 25 Maggio.
Rossella Or, con la sua intensa teatralità, maggiormente nota all’avanguardia, ricopre il ruolo della protagonista ed esprime nei gesti e nel suo particolarissimo fare teatro lo smarrimento esistenziale della condizione di solitudine. L’autore e regista interpreta lo Sconosciuto, che desidera avvicinarsi alla protagonista ma ne è continuamente respinto. Come un giovane cupido, inizialmente convinto che tutti si possano veramente amare e che l'amore possa superare anche la depressione, si trasforma in diabolico elfo dispettoso quando realizza invece che amare l’amore porta ad un amore narcisistico introvabile che non può far altro che portare alla morte di sé.
La ripetizione della musica, tratta dall’opera di Shostakovich, accompagna le vicende sulla scena fino all’epilogo drammatico. I personaggi incarnano caratteri definiti: c’è la bella che per senso di colpa è alla ricerca della stabilità nella coppia ma rimane sempre insoddisfatta di ciò che trova nel suo compagno; c’è la bestia, ovvero l’uomo incapace di amare teneramente che per dimenticare il doloroso passato si rifugia nell’alcol che diventa una buona scusa per sfogare i più bassi istinti; c’è il giovane inesperto che rincorre l’ingenua ragazzetta ma desidera la donna adulta e misteriosa che gioca con lui perché non sa giocare con gli uomini veri; c’è la donna sofferente e depressa che non si concede alle gioie d’amore perché quando ha amato ha perso la persona cara. Ed infine, quasi a tenere i fili dei personaggi, c’è il diavolo tentatore che non è anche ingannatore perché paradossalmente l’animo umano non ha bisogno di trucchi per esprimere la sua beffarda natura distruttiva.
Sotto lo sguardo sornione del barista che assiste a questi incontri e scontri di cuori, gli eventi si svolgono sulla stessa scena, tra una notte ed un’alba, fra luci e d ombre, mentre le fronde delle foglie continuano a muoversi al vento, quasi a simboleggiare l’eterno movimento delle anime alla ricerca dell’amore. Un amore introvabile, irriconoscibile, inarrivabile ma soprattutto provvisorio.
La messa in scena ha la debolezza di essere troppo lenta, mentre la recitazione drammatizzata della Or non è in sintonia con quella degli altri interpreti. Si avverte inoltre una certa stanchezza nei movimenti di scena ed una vuota monotonia nei passaggi a fondo palco.
Lo spettacolo offre però interessanti spunti di riflessione su un tema tanto abusato come l’amore, che l’autore analizza nella sua provvisorietà e che tratta dal punto di vista della sua forza distruttiva.
(Valentina Carrabino)
In prima nazionale al Teatro India, debutta E la notte canta del drammaturgo, romanziere e poeta norvegese Jon Fosse, per la regia di Valerio Binasco.
In questa piéce viene messo in scena un mondo carico di umanità e di realtà. Il timore dell’abbandono si esprime attraverso la vuota eco delle parole, del silenzio, degli oggetti, delle pause. Nella rappresentazione l’articolarsi degli eventi non è evidente, la trama si dipana attraverso piccoli gesti o parole, minimi dettagli che creano suspence. Quella di Fosse è una scrittura musicale e la notte canta perché i pensieri fluiscono attraverso la musicalità delle pause fra le battute dei personaggi, il ritmo degli intercalari, col vuoto ripetersi dei pensieri, nel deserto dei comportamenti, nella tragicomica meccanicità delle situazioni, nella paura della paura.
Qui anche lo spazio è musicale. Lo spazio scenico è diviso in più ambienti, ciascuno connotato da suoni specifici e suddiviso nettamente dagli altri. L’appartamento prigione in cui si svolge l’azione ha uno spazio centrale costituito principalmente da un divano, un tavolo ed una finestra. In questo spazio si muovono e comunicano i personaggi mentre il frigorifero scandisce un ritmo fastidioso ed irregolare. Poi c’è la camera da letto, separata da una porta che viene accuratamente chiusa ogni volta che qualcuno vi si sposta: l’intimo ed il personale vengono rinchiusi e tutti gli interpreti hanno cura di lasciarli separati dallo spazio comune, quello del vissuto soffocante. E poi c’è l’ingresso, con l’armadio, lo specchio e la porta, separato da una parete netta ed animato dal rumore lontano del mondo esterno e dal suono metallico delle chiavi e della serratura. Questo spazio è vissuto solo dalla giovane donna e dagli altri pochi personaggi che si incontrano brevemente con i due protagonisti.
Le vicende dei due giovani sposi lentamente si evolvono verso una rottura. La semplicità dei dialoghi è scandita da una logica elementare. Lo spettatore si rispecchia nel quotidiano della coppia e sente tutto il peso del vuoto lacerante dell’incomunicabilità, che l’affetto e l’abitudine alla vicinanza non possono sostituire. La ripetizione cadenzata dei motivi di insoddisfazione, la dolce ingenuità della ricerca di conferma nell’affetto dell’altro, lo scontrarsi silenzioso di ossessive nevrosi e di apatie depressive raccontano la storia di una coppia come tante. L’assurdo è nella non azione del protagonista che invece nel finale agisce; il paradosso è nell’estrema coerenza della disperazione di entrambi. La poesia è nelle parole del la giovane donna che in procinto di lasciare il marito e la sua unica vita dice: “Forse sarebbe più semplice se avessimo tante cose”
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