"Io devo recitare. Lo devo proprio fare!"

Arriva anche a Roma, al Teatro Cometa, l'esilarante spettacolo scritto, diretto e interpretato da Marina Confalone, con Pino Strabioli e Luigi Cricelli.
La commedia è una riflessione sul mondo del teatro raccontato con gli occhi di Palmira Portarapillo donna ingenua e stupida, decisa a realizzare un grande sogno: diventare attrice. La sua stupidità rappresenta una forma di disadattamento e stupore verso le persone e le cose.
"A verità? M’ha fatt’ male…però è stato bello”
I personaggi “autenticamente” stupidi producono una vertigine, uno stato di ebbrezza, che è reale godimento, quasi una condizione primordiale di beatitudine che la vince sui triti ed estenuanti meccanismi della mente. Capasciacqua, nel vocabolario napoletano “testa vuota”, è una donna tanto stupida, quanto fortemente decisa a realizzare l’equivoco nel quale è precipitata. Entra in contatto con una realtà dalla quale si sente più che mai avulsa.
A popolare questo mondo i personaggi molto bene interpretati da Pino Strabioli che affianca
Perfetti i costumi e l’acconciatura della protagonista, che con semplicità incarna un personaggio tanto delicato, quanto possentemente tragico. I suoi commenti sulla vita e sulle situazioni e persone che le si presentano davanti, apparentemente ingenui, sono così disarmanti da far riflettere a livello inconscio.
Ma quella leggerezza, quella saltellante incoscienza, quello sguardo lieve sulle cose, sembrano una condizione invidiabile in un mondo in cui lo stupore è prezioso quando sincero. La saggezza della protagonista deriva proprio dalla sua inconsapevole capacità di tenere la testa vuota. Vuota dai pesi inutili dell’intelletto che comprime la fantasia ed il gioco del puro divertimento.
Sulle note di “I’m just a gigolò” i due ringraziano il pubblico che calorosamente applaude e di cuore ringrazia per aver assistito ad uno spiraglio di autenticità.
Valentina Carrabino
Quando le forze attrattive tra le molecole di due liquidi diversi sono molto più deboli di quelle presenti fra le molecole dei rispettivi liquidi puri, i legami fra molecole diverse tendono a non formarsi.
Per questo motivo i due liquidi non si mescolano spontaneamente.
La regola generale, pratica e molto utile, che viene insegnata agli studenti di chimica è che "il simile scioglie il simile" facendo riferimento al tipo di sostanza ed al tipo di interazioni.
Liscio nervosamente i capeli mentre leggo sul manuale di chimica organica che la miscibilità di due liquidi può essere prevista in funzione della struttura molecolare delle due specie. Ne deduco che allora anche l’immiscibilità è prevedibile. Questo pensiero mi innervosisce. Lo spettro della consapevolezza mi inacidisce lo stomaco. Conati di vomito mi aggrediscono. Sento che sono a un passo dall’esplosione. Non so davvero come sfogare tutta questa rabbia.
Continuando a leggere emerge che la causa dell’immiscibilità è da ricercarsi nel tipo di interazioni che si instaurano tra le due sostanze, intendendo per interazioni le forze attrattive o repulsive che si formano quando molecole di una stessa sostanza o di sostanze differenti si avvicinano tra loro.
Un prurito diffuso aggredisce anche la mia pelle. Rossori brucianti lampeggiano come spie di un’imminente esplosione, come un’eruzione vulcanica. Il magma sobbolle mentre il cervello tritura rancori. Sbuffo fuori l’aria mentre matura una malsana idea. Insanamente le dò credito. Seguo il bellicoso progetto.
Esco di casa. Il libro rimane aperto sul tavolo. Prendo l’autobus che mi porta sotto casa tua. Arrivata sotto la finestra che affaccia sulla strada afferro un sasso e lo lancio forte contro il vetro.
Grido. Voglio distruggere ciò che non hai voluto che fosse. Voglio fare a pezzi la rabbia che mi divora. Voglio sfogare tutta questa aggressività che mi rosicchia da dentro impedendomi di accettare lo stato dei fatti.
“Mi stupisce che lei abbia scelto proprio il corso di chimica signorina. Non mi da’ l’idea di una che sta volentieri in laboratorio”
“Dipende dalla compagnia” ti ho detto sfacciatamente al nostro primo incontro.
Tu hai sorriso rispondendo alla mia malizia con un’ulteriore provocazione: “Allora avremo modo di sperimentare la sua resistenza”
“Sono pronta” ti ho detto mentre sentivo il sangue correre veloce e smuovere il mio plesso solare. Ho socchiuso le labbra che sentivo turgide di pura follia. Ho respirato a fondo avvicinandomi appena prima di allontanarmi; girandomi ho fatto in modo che i miei capelli ti accarezzassero il viso. Di spalle sentivo i tuoi occhi addosso e già sognavo le tue mani su di me. Varcando la porta ho sentito il bisogno di appoggiarmi alla parete tanta era la vertigine che provavo. Inebriata da quell’incontro travolgente, cominciavo a scivolare nell’abisso.
Il corpo si faceva liquido per adattarsi alla nuova forma del desiderio che sperimentavo travolta da forze inarrestabili e sconosciute. Forze ignote mi attraevano.
Ignobile, sfrenata, inarrestabile brama mi portò fra le tue braccia. Fugaci incontri sotto i tavoli fra alambicchi e provette. Sono stata solida, liquida e gassosa durante i nostri voraci amplessi. Eppure tutto vietava una qualsiasi unione sessuale fra di noi: il tuo ruolo, la tua famiglia, la differenza di età, la tua aritmia. Niente ci conduceva all’unione eccetto uno sterminabile desiderio.
Io volevo te. Ti volevo per sempre. Ti volevo sempre. Tu volevi sentirti vivo. I nostri corpi si univano a dispetto di ogni logica. Le nostre menti non trovavano niente in comune. Io continuo a volerti ma tu non vuoi più saperne di me. Mi hai sciolta e lasciata ad evaporare su un terreno troppo caldo per non soffocare prima di trovare via di scampo. Io ti odio almeno tanto quanto ti voglio. La mia testa batte forte e si scontra con i limiti di un’incompatibilità che si studia sui libri, che i tuoi studenti sono capaci di dimostrare ma che io soffro sulla pelle e nelle viscere. Dentro me ora scorre sangue bollente che scioglie le pareti di queste vene incapaci di contenere questa lava.
Servirà spezzare un vetro, frantumerà questo desiderio fatto a pezzi dal tuo rifiuto razionale e logico?
L'affermazione “il simile scioglie il simile” fornisce un utile criterio per valutare la solubilità di un solido in un dato solvente o la miscibilità di due liquidi. La stessa affermazione non spiega i bagliori della mente ed i gesti sconsiderati di un cuore trafitto dalla consapevolezza di un’immiscibilità.
Valentina Carrabino
NB: un ringraziamento speciale ad Ornella che mi ha ispirata pubblicando questa immagine sul suo blog: http://undiciperiodico.splinder.com/
Feydeau non parlava mai del suo teatro, componeva di nascosto, come un vizio. Il teatro era il suo "vizio". E in esso riversava la sua umanità e la sua fantasia più folle.
L’occasione è quella della rappresentazione, al Teatro Ghione di Roma, di Chat en poche - Il gatto in tasca nella traduzione italiana, il secondo vaudeville di Feydeau, scritto a ventisei anni e rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1888.
Il teatro di Georges Feydeau (1862-1921) si colloca nella grande tradizione della farsa francese inventata da Molière e Beaumarchais. Considerato il padre del vaudeville d’oltralpe, Feydeau amalgama nelle sue opere il ritratto della società di fine Ottocento con i meccanismi della comicità, regolati alla perfezione come gli ingranaggi di un orologio. Da questa combinazione scaturisce con un ritmo indiavolato un movimento continuo di situazioni paradossali, di peripezie che rasentano l’assurdo scatenando una valanga di risate. Osannato dai contemporanei e dai successori come un “matematico del teatro”, un “ingegnere della scena”, Feydeau inventa, combina, costruisce e rimonta una macchina ad orologeria, dove tutti gli ingranaggi, per quanto complicati e paradossali, funzionano alla perfezione nel grande gioco della comicità scenica.
L’umanità dei tempi nostri è quella che si aggira per il teatro Ghione, un’umanità fatta di signore e signorotti che presto o tardi si addormenteranno senza accorgersene, cullati dalla musica o da un pensiero più lieve degli altri suscitato dallo spettacolo. E’ un’umanità fatta di emozionati amici dei debuttanti giovani attori, fatta di critici teatrali come anime solitarie capaci di ritagliare nella loro frenetica giornata il tempo di andare a nutrire un po' l'anima. L’umanità che incontri al teatro Ghione è di per sé un vaudeville. E c’è anche l’immancabile gruppo di vecchiarde abbonate da una vita ma incuranti del cartellone, alla ricerca di una serata di svago solo per poterla raccontare a qualcuno; poi c’è chi adora quest’autore e spera di rivivere tramite la magia del teatro quelle atmosfere da fine Ottocento francese e quei suoni delicati che regalano bizzarri spunti di comicità nei fraintendimenti, nei vezzi, nelle battute, seppure tradotte.
E poi al Teatro Ghione par di avvertire anche la presenza di Ileana Ghione, come se si aggirasse fra le poltrone in galleria, come se dall’alto delle luci della ribalta guardasse ancora la vita animarsi sul palcoscenico del suo teatro, con la stessa magia ad ogni prima.
Una curiosità: L'origine del termine vaudeville è oscura, ma viene solitamente considerata come una storpiatura dell'espressione francese voix de ville, ovvero "voce della città".
(Valentina Carrabino)
pubblicato su www.teatroteatro.it
Accidia indica l'avversione all'operare mista a noia e indifferenza. L'etimologia classica del termine lo fa derivare dal greco: a (alfa privativo = senza) + kédion (= cura), sinonimo di indolenza.
Qualcosa mi risuona nella mente. Si ripete come un loop. E’ un suono. Sembra avvicinarsi ed allontanarsi ripetutamente. Accompagna i miei pensieri. Sempre.
Sono sul mio divano. Il respiro è lento. Ascolto il rumore dei miei polmoni che si riempiono e si svuotano d’aria. Seguo il circuito dell’aria nella stanza.
Mentre mi perdo fra evoluzioni di particelle elementari sento di nuovo quel suono.
Mi par di ricordare che ascoltavo la stessa melodia anche mentre mi trovavo nel liquido amniotico della placenta di mia madre. Mi par di rievocare il rumore dei suoi passi che vanno a tempo con quella strana musica.
Il vento spalanca la finestra con un tonfo. Mi ridesto lentamente dai pensieri in cui costantemente resto immerso. Non mi alzerò nemmeno questa volta per mettere in ordine ciò che il fato ha disfatto. Intanto il vento continua a mettere a soqquadro la stanza. Foglie galleggianti svolazzano nell’aria mescolandosi alle particelle del mio respiro, rimaste sospese al sopraggiungere dell’ennesimo pensiero inutile. Ancore demenziali, o demoniache, che mi tengono legato a questa vita nell’unico modo che riesco ancora a concepire come reale. Anche se di reale rimane ben poco. Nemmeno più le abitudini. Un tempo sì, mi aiutavano a sopravvivere. Rituali quotidiani ripetuti ossessivamente per affermare una volontà di esistenza. Oggi non più. Oggi ci sono solo io con i miei pensieri. A volte, ma solo raramente, mi abbandonano. Manca la capacità di seguirne le circonvoluzioni e spossato cado nel sonno della demenza. Quando me ne risveglio ho sempre da rimproverarmi qualcosa. Ma poi passa. Tutto passa e scivola via. Anche questo vento passerà. Anche questa confusione svanirà, oppure verrà sostituita da una nuova voluta mentale.
La faccenda del suono ripetuto sembra interessante. Quasi varrebbe la pena di riprenderla. Ascolto quella melodia e la ritrovo nelle ore trascorse, nei passi che mi giungono da fuori, nelle voci ridenti dei vicini. E’ il suono che fa il mondo quando gira.
Avevo soffocato quella stupida attitudine all’immaginazione. Eccomi invece a riprendere questo pensiero irrazionale. In fondo ogni volta scelgo di abbandonare un nuovo volo pindarico per ripiombare su questo divano. Accogliente certezza dell’indolenza, statica e riposante noia delle intenzioni, fondamentale soppressione di ogni forma di progettualità. Abolizione della complessità nell’illusione della effimera repressione del cambiamento.
Eppure il mondo continua a girare. Ed io con lui. E fa rumore. Ed io non riesco a smettere di ascoltarne il suono.
“Giuà! Ma che stai a fa? Figlio meu, semp su sto divano a durmì .. ma dormi poi?
Mé .. scetate c’ m’occorre l’olio della Lella. Và .. và .. e nun te sbajà .. arricuordate che lu funno ha da esse scuro”.
Valentina Carrabino
Dedicato a chi ha saputo conservare il coraggio della parola.
Un contributo alla memoria degli anni trascorsi ed alla loro interpretazione.
L'Ambra Jovinelli apre il nuovo anno con uno spettacolo tratto da una storia vera che rievoca un tragico omicidio di mafia, "L"istruttoria - atti del processo in morte di Giuseppe Fava”, in scena dall'8 al
Il testo e la messa in scena de L’Istruttoria di Claudio Fava nascono dal bisogno di riannodare il filo della memoria, il cammino dei fatti, le menzogne raccolte ed i gesti negati. Gli interventi dei testimoni e degli imputati sono stati raccolti e declinati in forma teatrale rispettando sempre, nella forma e soprattutto nella sostanza, ciò che dissero – o che negarono – durante quelle udienze ("Che ci colpo io se a Catania c’è la mafia?”). Le aule dei tribunali diventano quindi il palcoscenico perfetto per raccontare un delitto compiutosi proprio davanti ad un teatro. Il delitto si compie il
Un tempo la celebrazione del processo era un momento di ritualità civile, così come è diventato adesso il teatro. Io credo che il teatro abbia questa funzione e questo privilegio, quello di parlare alla gente attraverso una ritualità, non più sacra, ma quantomeno civile. I testi di Claudio Fava, come le sue sceneggiature e i suoi romanzi, sono un terreno fertile ed adeguato per coltivare questa aspirazione del teatro, che è anche quella di salvaguardare la memoria e arricchire la nostra cultura con la celebrazione dei nostri eroi.
"Giuseppe Fava era uno che le male giornate non se le andava a cercare. Ma quando arrivavano, il vento se lo prendeva in faccia.” Giornalista, scrittore, drammaturgo e pittore, aveva creato un giornale libero - I Siciliani - che, attraverso una serie di inchieste approfondiva la conoscenza e la denuncia dei rapporti tra mafia, poteri politici ed economici.
Nel testo drammaturgico vengono riportate le parole del killer: “Quando si usa il silenziatore bisogna fare presto…ogni volta che passa, il proiettile distrugge un po’ dell’ovatta e ogni colpo che uno spara, la pistola comincia a fare sempre più rumore…”.
Il silenzio omertoso viene condannato grazie anche alla messa in scena di questo spettacolo che continua a fare rumore su una vicenda che smuove gli animi di coloro che sono ancora convinti che la verità è l’unica sepoltura.
"A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”
Pubblicato su www.teatroteatro.it
Pubblicato su www.movida-romana.com
visita il sito www.fondazionefava.it
Intervista a Giuseppe Fava - 28 Dicembre 1983
Al teatro Belli di Roma
Dal 02/01/2008 al 06/01/2008
Giunta al suo cinquantesimo compleanno tira le somme della sua vita passata a raccontare menzogne ed a cercare rassicuranti somiglianze.
Grazie al sostegno dell’Assessorato alle politiche culturali del Comune di Roma, attraverso il Progetto Speciale Teatro 2007/2008, promosso con la collaborazione di AGIS Lazio, questa edizione di Trend dedicata alla Spagna porta in scena la realtà restituita dalla visione degli autori contemporanei spagnoli. Tra questi Adolfo Marsillach, recentemente scomparso a Madrid.
Il fondatore del Centro Dramàtico Nacional di Teatro nel 1978, direttore generale del Istituto Nacional de las Artes Escénicas, insignito di numerosi premi e medaglie artistiche, ha visto anche la trasposizione cinematografica di alcuni suoi testi.
La drammaturgia contemporanea spagnola viene considerata un fenomeno di grande vitalità nel panorama del nuovo teatro europeo. Nell'ambito della quinta edizione della rassegna a cura di Antonio Salines e Adriana Martino Trend. Nuove frontiere della scena europea – Spagna, il Teatro Belli di Roma apre l’anno 2008 con Buon compleanno di Adolfo Marsillach. La regia è di Carlo Emilio Lerici che dal 1983 collabora stabilmente con la Compagnia del Teatro Belli come assistente di Antonio Salines e dal 1992 è anche direttore organizzativo del Teatro Belli.
L’autore di Feliz Anniversario, tradotto in italiano da Pino Tierno, invita il pubblico a sorridere e dopo – se ne ha voglia - a riflettere. In effetti si sorride ma la riflessione rimane piuttosto superficiale. La protagonista Lidia Costanza incarna uno stereotipo di donna fin troppo noto e piuttosto superato, tanto che i contorni psicologici del personaggio non vengono delineati in maniera molto brillante. Stanca di una vita vuota la donna cerca un posto ed un modo di stare nella sua esistenza. Racconta la sua famiglia, poi le sue scoperte, le amicizie, il matrimonio, la maternità, il lavoro ed il tradimento con la stessa cadenza annoiata.
La scena è scarna ed il palcoscenico semivuoto. Le macchiette dei personaggi maschili, ben interpretate da Riccardo de Francesca, accompagnano Francesca Bianco verso un finale forzato che lascia ben poco spazio alla riflessione.
Si avverte la nostalgia di quella scrittura teatrale ispanica carica di provocazioni, manca la capacità critica del linguaggio teatrale come arma strategica contro qualsivoglia imposizione d’autorità e si sente la mancanza di un teatro usato come strumento di protesta, di resistenza e di agitazione sociale che renda lo spettatore civilmente partecipe.
(Valentina Carrabino)
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