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Recensioni ed articoli teatrali, scritti e racconti, arte, commenti e tutto ciò che possa nutrire l'anima.
sabato, 29 dicembre 2007

La Luna di Carta

LaLunaDiCartaAl teatro Stabile del Giallo di Roma fino al 6 Gennaio 2008

Un delitto di passione senza pathos. Un giallo senza suspense.

Elaborazione drammaturgia di Barbera, Bigai e Camilleri tratta dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri.

L’adattamento drammaturgico di un testo è sempre opera ardua. Quando poi testi dello stesso autore ed appartenenti alla stessa serie sono già oggetto di adattamenti televisivi di successo, la trasposizione teatrale diventa sfida ancor più difficile. I personaggi sono noti al grande pubblico che si aspetta di ritrovarli sulle tavole del palcoscenico. La prima delusione consiste invece nel ritrovarseli in platea. Non interagiscono con il pubblico, semplicemente svuotano lo spazio scenico di senso senza offrirne uno alternativo, così sminuendo la magia del luogo ed annullando uno dei presupposti principali dell’essere in teatro.
Il Montalbano che vediamo in scena manca di carattere, si presenta come un personaggio debole, incerto, in balia di attrazioni superficiali ed incapace di sbrogliare l’intreccio delittuoso. Tutto bisogna spiegare a questo commissario indebolito forse dagli anni, ma se tutto devi spiegare al pubblico, in platea ci si annoia.

Dilatati i tempi, incerti i caratteri dei personaggi, quando non ridicolmente grotteschi, intrusiva la voce fuori campo, dilatata la trama ed inconsistente l’agito sullo spazio scenico. La mancanza quasi totale di oggetti di scena e l’utilizzo di pannelli per un gioco di ombre che avrebbe potuto essere meglio sviluppato e reso, simboleggiano forse quel realismo della memoria evocato dalla regista Maria Luisa Bigai. Peccato che l’intento rimanga allo stato di evocazione, senza riuscire ad adattarlo allo spazio scenico.

Lo spettatore lascia il teatro chiedendosi perché portare sul palco un Montalbano così poco lineare, perché scegliere proprio una trama poco avvincente, perché evocare debolmente invece di agire coerentemente? Mentre i contorni si sfumano non rimane che smettere di farsi domande ed assaporare uno dei sapori siciliani offerti dallo stabile del giallo: l’unica vera emozione della serata.

(Valentina Carrabino)

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postato da: carrabinov alle ore dicembre 29, 2007 13:37 | link | commenti | commenti
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venerdì, 28 dicembre 2007

Paola Quattrini in Adorabile Giulia

AdorabileGiulia

Al teatro Manzoni di Roma

Dal 27/12/2007 al 20/01/2008


“Ogni produzione di un artista potrebbe essere l'espressione di un'avventura della sua anima”  ("Aforismi" di William Somerset Maugham)

Tratta dalla commedia di Somerset Maugham e Guy Bolton “Ritratto d’attrice” (titolo originale: “Theatre”), l’opera Adorabile Giulia di M.Gilbert Sauvajon e Goldin ha dato recentemente origine ad un film di successo: “Diva Giulia” con Annette Bening e Jeremy Irons.

La grande validità della piéce sta nella straordinaria compiutezza delle personalità dei protagonisti. Essi sono attori e rimangono attori fino in fondo. Si struggono talmente tra finzione e realtà da non riuscire più a delimitare lo sdoppiamento, confondendo così troppo spesso l’uomo o la donna reale con il personaggio.
Nella vita della coppia, divenuti amanti prima sul palco e poi nella vita, tutto si svolge sul palcoscenico. Il teatro è la loro casa, i giudizi del pubblico i loro commenti, i sentimenti dei personaggi le loro stesse emozioni. Allora è naturale confondersi, o meglio fondere l’uno nell’altra, il teatro nella vita, la realtà nella parte. L’attrice Giulia afferma - o meglio declama - che le emozioni sono finte, e solo gli attori hanno il coraggio di ammetterlo. E dunque il mondo esterno, il mondo fuori dal teatro, lontano dal palcoscenico, quello che i civili chiamano il mondo reale, è solo fantasia.

La parte del maggiordomo incarna con semplicità e sottigliezza psicologica il messaggio dell’opera: ex attore, dopo aver passato metà della sua vita ad impersonare la parte del maggiordomo, accetta volentieri quando gli viene proposto come lavoro vero e proprio di fare il maggiordomo a Giulia e Michele, la celebre coppia. Continuerà per l’altra metà della sua vita ad impersonare la stessa parte, in una casa che è un teatro, respirando l’odore delle tavole del palcoscenico e di tanto in tanto provando l’ebbrezza del calore delle luci della ribalta.

Divertente ed ironico ritratto e documento sociale che tra risate e colpi di scena raggiunge una notevole profondità nell’introspezione psicologica.
Eccellente interpretazione di Paola Quattrini che conquista il pubblico, seppur confuso tra realtà e finzione.

(Valentina Carrabino)

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venerdì, 28 dicembre 2007

Anna Mazzamauro in La Signorina Silvani

Anna Mazzamauro

Al teatro Ghione di Roma

Dal 26/12/2007 al 13/01/2008

Stufa di tenere la bocca spalancata per far vedere quanto è bella dentro, la Mazzamauro offre la sua incredibile bravura.

La bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza: dura!



Come un’icona, la Mazzamauro racconta la Signorina Silvani. Protagonista di tante commedie fantozziane, incarna anche una più personale figura di donna e di attrice di cui vengono svelati sogni, desideri, illusioni e delusioni. La Silvani infatti, come un personaggio dei fumetti, privata di un nome proprio, rappresenta tante donne. Con sagace autoironia la splendida Anna Mazzamauro sovverte il comune pensiero, invertendo punti di vista ed inevitabilmente stravolgendo il senso comune. Mal che vada un sorriso sembra essere il Leitmotiv dell’intera carrellata di talenti regalati al pubblico. 



Dagli stornelli alle note più intense delle canzoni che raccontano le emozioni di una vita, accompagnata in scena da un’orchestra composta da tre validissimi elementi, Anna Mazzamauro si esprime cantando con maestria e grande sentimento. Armonioso anche il corpo, suggestivo quando, con le braccia alzate, ricalca la statua della Minerva, inguardabile per scaramanzia, mentre gli occhi vispi dell'attrice trasmettono tutta la sua inconfondibile energia. E come la dea romana della guerra, della sapienza, delle arti e delle scienze, viene alla luce ricoperta da una splendida armatura.
Canta ed incanta, ammalia e strabilia, diverte e commuove la Signora Mazzamauro che dando voce lei stessa al suo alter-ego, gli fa dare le risposte più sfacciate e spietate, sempre suscitando un sorriso di comprensione per le debolezze umane, per la dolorosa solitudine, per le amare disillusioni, per i sogni infranti e la sfacciataggine di una vita che si fa beffe della bruttezza. 



Stufa di tenere la bocca spalancata per far vedere quanto è bella dentro, la Mazzamauro offre la sua incredibile bravura. I musicisti l’accompagnano, ma la direttrice d’orchestra è lei, che veste i panni di tutti, anche quelli di un transessuale a colloquio con un prete. Poliedrica, brillante caratterista ed affascinante comica, fra tutte le donne che con La Silvani ritornano in scena, Anna Mazzamauro spicca fra tutte, illuminando col suo talento l’intera platea.

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mercoledì, 05 dicembre 2007

La Torre - Nuovi confini

2LATORRE_DE_NOBILI[1]Spesso capita che un turco e un indù parlino la stessa lingua ma spesso capita che anche due turchi siano estranei l’uno all’altro. La lingua del cuore è qualcosa di unico. La lingua dell’empatia è superiore alla lingua che parliamo. (Tratto dal Marnavi di Jalal Al-Din Rumi 1207-1273)

L’intercultura dall’integrazione all’interazione al teatro Ambra Jovinelli il 5 e 6 Dicembre. Rivisitando il mito della Torre di Babele si incontrano persone di identità diverse che danno vita ad una nuova comunità, esempio di società interculturale.

Le diverse abilità dei protagonisti dello spettacolo, sono i diversi talenti che ognuno ha. Sotto le luci del palcoscenico dell’Ambra Jovinelli persone di varie età, di vario genere, di varia provenienza culturale, di vari orientamenti sessuali, politici e religiosi popolano la Babele del nostro tempo.
Lo spettacolo prende spunto dall’episodio biblico della Torre di Babele: le lingue vengono confuse perché Dio punisce gli uomini per la loro arroganza. Ma se smettiamo di dialogare, semplicemente moriamo. Possiamo salvare l’umanità realizzandola, facendo lo sforzo di capire gli altri e farci capire dagli altri.
Da questi spunti nasce l’idea di realizzare uno spettacolo, frutto di un laboratorio e dell’intento di seguire quel percorso arduo che porta dall’integrazione all’interazione, e viceversa, lungo il sentiero dell’intercultura.

Sul palco i corpi si raccontano, i suoni accompagnano emozioni, i colori ed i tessuti suggeriscono, insieme alle parole ed ai gesti, modalità di avvicinamento e di conoscenza. Il video accompagna stringendo la mano dei partecipanti le vicende narrate sul palco. Le età si susseguono fino ad annullare il peso degli anni, lasciando solo la sapienza di vita delle esperienze vissute.
Non necessariamente confusione vuol dire distruzione. Non occorre negare la portata aggressiva della diversità. Occorre piuttosto riconoscerla e dargli spazio per esprimersi. Così si dà vita alle singole identità che, se costrette a creare un’unità forzata ed omogenea, perdono la propria unicità. In questa Babele emerge la positività della diversità, la gioia che può donare emozionando. Questo spirito profondamente innovativo e genuinamente umano dovrebbe animare la volontà di avvicinarsi al diverso da noi, senza tralasciare di chiedersi “diverso da chi?”

L’intero progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione delle cooperative sociali Agoràgroup, Nuova Socialità, e le associazioni Educazione al Benessere, Nèon in rete con il Municipio di Roma XVI. Perché l’intercultura? Bartolucci, assessore al XVI Municipio di Roma sostiene che sia necessaria per arricchire la città. Lo spettacolo nasce da un progetto a cura di Marilisa Calò, la regia teatrale è di Monica Felloni e la conduzione del laboratorio è di Carlotta Mattiello, Piero Ristagno e Giuseppe Calcagno.

Gli sconfitti devono essere uguali in tutto agli eroi più gloriosi

(Valentina Carrabino)

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mercoledì, 05 dicembre 2007

Il Burbero Benefico di Carlo Goldoni

Il Burbero Benefico_GazzoloAl teatro Ghione di Roma dal 04/12/2007 al 23/12/2007

In un Settecento frivolo ed inconsistente un burbero vecchio è capace di intenerirsi e di essere benefico.

Autore anche di libretti ed opere liriche, Carlo Goldoni è considerato il padre della Commedia Italiana. Esporta in Francia il gusto italiano e viene a sua volta influenzato dal gusto francese, dal modo di fare commedia alla francese. Tanto che quest’opera fu scritta interamente in francese (Le bourru bienfaisant) in occasione del matrimonio fra Maria Antonietta ed il delfino di Francia, futuro Luigi XVI e rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1771 al teatro della Comédie française.
L’edizione proposta in prima nazionale al Teatro Ghione, nell’adattamento di Giovanni Antonucci, drammaturgo ma anche studioso di Goldoni, parte dal testo francese che, soprattutto nel dialogo, è più sciolto e più brillante rispetto alla traduzione in italiano che ne fece lo stesso autore. L’intenzione è quella di restituire nella nostra lingua l’umorismo e la comicità insieme del testo originale.

Nando Gazzolo, un nome di spicco del teatro italiano da oltre mezzo secolo, baluardo della grande tradizione del teatro italiano, nella sua maturità di interprete per i colori e lo spessore della sua recitazione è capace di cogliere con la stessa qualità il comico e il drammatico. Il “bisbetico di buon cuore”, interpretato dalla sua voce e dalla sua eleganza, è il protagonista della commedia che ha come oggetto principale la beneficenza, virtu' dell'anima che si scontra con il difetto di temperamento del protagonista, rozzo e scortese. Ad affiancare Gazzolo in questa commedia degli equivoci, Margherita Adorisio nel ruolo di Costanza Dalancour, Carla Guido nel ruolo di Marta, Maurizio Faraoni nel ruolo di Dorval e regista dello spettacolo, Nicola Ciccariello nel ruolo di Leandro Dalancour, Stefania Benincaso nel ruolo di Angelica, Giovanni Magno nel ruolo di Valerio e Gianluca Delle Fontane nel ruolo di Picard.

Il Burbero Geronte appartiene alla categoria dei “Todari”, che non parlano ma brontolano, eppure rappresenta un carattere alquanto moderno. Commedia degli equivoci dunque, dove non è difficile riconoscere il nostro quotidiano sforzo nel tentativo di comprendere l'infinità di messaggi che spesso confondono e scompigliano le nostre informazioni. Il pubblico trova sulla scena una sorta di specchio nel quale rivede se stesso, con le normali passioni, speranze, sentimenti, pregi e difetti d'ogni essere umano.
Questo gradevole adattamento si propone inoltre di cogliere lo spirito illuminista che è a fondamento della commedia e che le dà una vivacità singolare di temi e situazioni. Le figure di Costanza e del marito in particolare sono emblematiche di un Settecento frivolo ed inconsistente, a cui fa da contrappeso un burbero vecchio appassionato di scacchi con pochi piaceri di cui godere ormai, ma capace di intenerirsi nonostante tutto e di essere benefico, ovvero capace di generosa beneficenza. Il tema del doppio è la costante drammatica di questo spettacolo godibile e ben interpretato. Un po’ troppo spoglie le scene ma molto ben curati i dettagli dei costumi.

(Valentina Carrabino)

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sabato, 01 dicembre 2007

BUONA A NULLA - Racconto inedito

“Cosa? Vuoi iscriverti ad un corso? E per quale motivo? Per perdere altro tempo?”

Lui l’aveva aggredita, come faceva ogni volta che aveva qualche senso di colpa da nascondere. Se la prendeva con lei scagliandole addosso l’ira di chi non è capace di fare i conti con la propria coscienza, ma cerca un pretesto per sbattere la porta ed uscire di casa: “Tanto rimarrai sempre una buona a nulla!”

Lei sapeva che lui stava andando da un’altra. Lo aveva seguito più di una volta ed ormai conosceva il volto ed il cappotto di quella donna che lui preferiva a lei. Riconosceva anche in quel modo furioso di aggredirla una ricorrente modalità che lui azionava ogniqualvolta sentiva la necessità di coprire la sua scappatella. Gianni infatti sperava di camuffare le sue uscite furtive con Santa inscenando litigate e discussioni con sua moglie Clara. Sapeva che non avrebbe rinunciato alla sua amante perché si sentiva lusingato dalle attenzioni di una donna giovane ed affascinante. Qualche volta si rendeva conto che effettivamente non avrebbe avuto una particolare attrazione per quella donna, se non fosse stato per ciò che simboleggiava. Non voleva rinunciare al piacere di sentirsi vivo grazie alla trasgressione del tradimento. Non voleva fare a meno di quelle ore d’aria che si prendeva per resistere alla quotidiana noia inflitta dal rapporto matrimoniale con Clara.

Sua moglie era una donna bella ma non affascinante. Mancava in lei quel qualcosa che rende le persone speciali, o meglio vive. Clara piuttosto era come assopita. Stanca e pigra nei confronti degli eventi e delle persone, abituata ad avere tutti gli agi e le comodità, non aveva mai lottato per ottenere qualcosa e ciò la rendeva fragile come una bambola di porcellana. Allo stesso modo risultava noiosa e statica come una bel giocattolo appoggiato su una mensola.

Gianni era un uomo sulla cinquantina, un professionista che si era fatto da sé. Imprenditore non troppo ardito, divideva una discreta fortuna con i suoi soci, che poi erano gli stessi compagni dai tempi dell’università. Non aveva mai imparato a gestire la sua rabbia ed a volte scoppiava in eccessi d’ira apparentemente ingiustificati. Clara non voleva vedere questo aspetto di suo marito. Non era stata lei a sceglierlo ma lo aveva accolto in virtù della sua posizione stabile che le avrebbe garantito di riposare per il resto della sua vita sulle piume morbide dell’agiatezza.

Preferiva non parlare dell’altra donna con suo marito, sentiva che non sarebbe riuscita ad affrontare le problematiche che ciò avrebbe fatto emergere. Decise che quel problema non esisteva. Inoltre le uscite di nascosto di lui giustificavano quel suo comportamento aggressivo che altrimenti Clara non sarebbe riuscita a spiegarsi.

 

Seguendo il suggerimento di Soledad, la vicina di casa di origini spagnole che viveva sola da una vita ma sorrideva nonostante tutto, Clara si iscrisse ad un corso di scrittura creativa. Non aveva ben chiaro cosa potesse aspettarsi da un simile laboratorio ma era abituata a non avere aspettative dunque seguì l’onda di un passeggero entusiasmo, sperando che quella distrazione l’avrebbe aiutata a soffocare quel dolore lieve a cui non voleva dare né un nome né tanto meno una spiegazione.

Altri mondi ed altre anime scelsero come lei quello stesso corso di scrittura per i più svariati motivi. Chi lo preferì per via dell’orario, chi perché voleva stare vicino a qualcun altro, chi per dare finalmente una direzione all’antica e radicata passione per la scrittura. C’era chi si era iscritto solo per occupare la serata del lunedì, e chi cercava svago per non pensare ad altre preoccupazioni che l’affliggevano. In certe situazioni il brulicare di vita produce effetti inaspettati e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Altre volte invece te lo trovi proprio davanti.

Così successe a Clara. Seduta davanti a lei c’era una giovane donna bionda. Sulle prime, ancora stordita dall’incontro con tante persone nuove e dalle veloci presentazioni, non lo notò, ma appena si fece silenzio, mentre l’insegnante leggeva ad alta voce un esempio di racconto, guardò davanti a sé e riconobbe nel colore e nella foggia il cappotto della donna che suo marito Gianni preferiva a lei.  

 

Automaticamente e senza accorgersene Clara assunse una posa morbida. Si assestò sulla sedia lasciando cadere le braccia lungo il corpo. Rimase in silenzio, lasciando scivolare via i pensieri rumorosi che le rimbombavano attorno e dentro la testa. Si eclissò, per qualche istante, o per qualche ora.

Davanti a lei la giovane donna bionda si guardava intorno incuriosita con fare cinico e prudente. Sembrava non avere grande fiducia nel corso in sé, ma mostrava una particolare attenzione nei confronti di tutti i suoi compagni eccetto una, quella che stava seduta proprio dietro di lei. Non era attratta da quella donna candida con le guance lievemente rosate. Sembrava non avesse nemmeno un cuore a palpitarle dentro il petto. Così non la degnò d’attenzione e si concentrò piuttosto sulle rughe del suo vicino non più giovanissimo.

Giada era tanto introversa quanto emotiva. Inoltre aveva una curiosa percezione ultrasensoriale che le permetteva di sentire vibrazioni che la maggior parte dei suoi conoscenti non percepiva. In quel suo vicino dal volto segnato dalle rughe, Giada aveva intravisto qualcosa di dolce e misterioso allo stesso tempo. Lo scrutava attenta intenzionata a saperne di più.

 

“Dato che siamo ad un laboratorio, adesso ognuno scriverà un racconto, una storia breve. Deve però fare riferimento ad un’esperienza autobiografica che avete vissuto davvero”.

Quando l’insegnante destò i suoi allievi dalle riflessioni interiori a cui ognuno si stava abbandonando, ci fu come un brusio sommesso. Inoltre il compito non sembrava essere semplice né di immediata realizzazione. Nonostante ciò, colti dall’entusiasmo del primo incontro e dalla innata voglia di riuscire, ognuno di loro si concentrò su quanto si apprestava a scrivere.

Clara invece si destò preoccupata dal torpore in cui era caduta:

“In che senso scrivere? Qui? .. ma .. così? Adesso?”

Nonostante i suoi deboli tentativi di sottrarsi a quella richiesta, Clara si accorse ben presto che era l’unica che ancora non si era messa a lavorare. I suoi compagni erano già chini sui fogli, intenti a sfornare storie come fossero degli scrittori navigati. Qualcuno di loro addirittura l’aveva guardata con uno sguardo compassionevole, cercando di incoraggiarla.

“Ma è assurdo!”

Lo disse più per sé che per farsi sentire. Rifletteva su se stessa, sulla sua vita, su cosa l’aveva spinta a quel laboratorio, sulla donna che aveva davanti e che forse nemmeno sapeva che l’uomo con cui usciva era sposato con lei.

Mentre le rimbombavano nella testa le parole che Gianni le aveva detto sbattendo la porta, si soffermò ad ascoltare il pulsare della sua vena sul collo. Si sentiva agitata e decise di fuggire. Voleva solo andare via. Così raccolse confusamente il suo cappotto e salutò il gruppo farfugliando che doveva proprio scappare, avendo cura di non incontrare lo sguardo di Giada.

Uscendo rifletté sul termine “buona a nulla” e giustificò il suo comportamento rassicurando se stessa per aver tenuto fede all’impegno.

“Non tutti sono buoni a fare nulla. Io sì”.

Sulla scia di quella ritrovata identità vacillante Clara si incamminò giù per le scale mentre nell’aula l’insegnante si chiedeva cosa mai aveva detto per spaventare così quella signora.

Valentina Carrabino

postato da: carrabinov alle ore dicembre 01, 2007 19:53 | link | commenti | commenti
categorie: racconti