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Recensioni ed articoli teatrali, scritti e racconti, arte, commenti e tutto ciò che possa nutrire l'anima.
giovedì, 29 novembre 2007

Albertazzi in Moby Dick al Teatro Argentina

MobyDick Albertazzi_FoschiLa finitezza dell’uomo davanti al suo desiderio. La debolezza di Achab davanti all’inumano mostro bianco.

Il Capitano Achab salpa con la nave baleniera Pequod, alla ricerca di Moby Dick, la balena bianca che anni prima, nel corso di una caccia, “gli aveva falciato la gamba, come un mietitore fa di uno stelo d’erba in un campo”. Sotto di lui un equipaggio di ufficiali, marinai e ramponieri. Trova la balena ma, nella lotta, perisce e insieme con lui soccombono tutti i suoi uomini. Tutti tranne uno: Ismaele, che vivrà per raccontare la loro storia.

“Dal cuore dell’inferno fino all’ultimo pensiero” per descrivere più che agire sul palco “gli orrori dell’abisso”. Da Melville a Shakespeare, passando per Dante: eppure la letteratura, che qui simboleggia il viaggio dell’uomo verso la conoscenza, non basta a dare spessore ad uno spettacolo che sceglie un romanzo per metterlo in scena in un teatro. La suggestiva scenografia, il disegno luci ideato dal regista stesso, le musiche e le valide interpretazioni attoriali non sono supportate da una comunicazione emotivamente profonda che dia senso alla scelta del mezzo teatrale. Pare che la ridondanza di elementi, di accessori, di sovra-testi rischi di caricare il senso al punto di svuotarlo di un contenuto univoco, o perlomeno emotivamente definito.

Ismaele dice di voler vedere cos’è la caccia, di voler “conoscere la visione acquea del mondo”, ma ha un ruolo ben definito: è colui che si trova sulla nave allo scopo di sopravvivere per raccontare. Ismaele riconosce il male e non riesce a stargli lontano, perché deve avere memoria per raccontare. “Chi è l’uomo per sopravvivere a Dio? La follia umana è più astuta dell’uomo. La follia umana è senza confini, più della vita.”

Il capitano Achab di Latella è un letterato, non ha nulla dell’uomo di mare: non la potenza, non l’andamento, non l’ardore. Chiuso in una scatola piena di libri che consulta, studia e rigetta, impartisce ordini ad un equipaggio distante dal suo desiderio. La scena si svolge mentre lui sembra essere altrove. Non c’è lotta con la balena se non dentro il suo animo tormentato che nel finale cede il passo alla stanchezza, al dubbio che rode l’uomo e lo rende “finito”, predestinato al fallimento, o predisposto all’accettazione del suo essere finitamente mortale.

“Sono stanco a morte, barcollante sotto il cumulo dei secoli”: quella di Achab-Albertazzi è un’ossessione addolcita dalla senilità. Moby Dick lo ha reso zoppo sul cammino della vita eppure lui afferma che “la sua anima si muove su migliaia di gambe”. Quella spettrale bianchezza, quel pallore, quell’oceanico bianco lo terrorizzano ed insieme lo invadono, lo accecano, lo eccitano. Ma quella malizia, quella sete di conoscenza, quel riscatto vivranno solo grazie al testimone. Se non ci fosse Ismalele Achab non potrebbe finalmente lasciarsi divorare dal bianco: “Potrai guardare Ismaele, perché vivrai oltre il dolore del bianco. Guarderai avanti perché tu sopravvivrai”.

(Valentina Carrabino) 

pubblicato su www.teatroteatro.it

postato da: carrabinov alle ore novembre 29, 2007 02:24 | link | commenti (2) | commenti (2)
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domenica, 25 novembre 2007

Moby Dick, il reading - Alessandro Baricco

Moby Dick Baricco_RossiCaptain Ahab’s white tears come from abroad, upon the deep.

Lacrime bianche, quel colore pieno e opaco che li comprende tutti, scendono in profondità.

Il progetto di Alessandro Baricco, una produzione Romaeuropa Festival 2007, segue quella ricerca iniziata con Totem, proseguita con il City Reading Project e poi l’Iliade, che unisce i suoni alle parole. Dal romanzo inglese Moby Dick nasce allora un reading a quattro voci.
Apre lo spettacolo Call me Ishmael, la notte, interpretata da Alessandro Baricco, nei panni dell’autore Melville, ma anche del critico affabulatore che analizza il testo nella sua interezza.
With all her might she crowds all sails off shore, l’alba, che vede un comico Paolo Rossi nei panni di Ishmael, quello che diventerà l’unico sopravvissuto, ma che ci viene letto all’inizio dell’avventura, nel momento in cui si imbarca con l’entusiasmo e lo spirito vivaci, e contro vento esce fuori dal porto.
I wil have no man in my boat, who is not afraid of a whale: il mezzogiorno di Stefano Benni, il capitano Ahab e tutta la sua profonda demoniaca follia, more a demon than a human.
Al tramonto un magnifico Clive Russell in Feel thy heart, beats it yet? interpreta i capitoli 132 e 135 in inglese, quell’inglese che usava Shakespeare, quella lingua capace di fondere la poesia con il dramma, quel linguaggio poetico pensato da Shakespeare per il teatro e catapultato da Melville nella forma del romanzo.

Le musiche originali di Nicola Tescari, la voce cantata di Louis Killen, l’ambiente, le scene e le luci di Gabriele Vacis e Roberto Tarasco, insieme alle parole di Alessandro Baricco, Stefano Benni, Paolo Rossi e Clive Russell, creano uno spettacolo emozionante, profondamente percettivo e sensoriale. Come attraverso il capitano Ahab, Melville scava nella direzione del profondo, così in questo spettacolo, emergono paure, emozioni e verità sepolte. Come i marinai sentono l’urgenza di lasciarsi la terra alle spalle, e rivolgere lo sguardo verso il mare immenso, per poterla comprendere a fondo, così la lettura di un romanzo si allontana dal palcoscenico per riportare a galla emozioni profondamente drammatiche.

La prima parte contiene dei brani letti senza particolare risalto da Alessandro Baricco a cui aggiunge degli intermezzi, come note, a commento del progetto artistico che con Moby Dick presenta: qui risalta maggiormente un Baricco affabulatore, che conquista la platea mentre evidenzia le chiavi di lettura del testo che Melville scrisse a metà dell’Ottocento.
La parte intermedia di Paolo Rossi, rappresenta la commedia interpretata ed agita sul palco; le note comiche regalano risate al pubblico che, sull’onda della leggerezza, si ritrova insieme ad Ishmael ragazzo tra le tavole del Pequod, la baleniera a bordo della quale vuole salpare per andare a scoprire il mare e quindi il mondo. La lettura successiva di Stefano Benni mette in scena il dramma dell’uomo-demone-folle Ahab. Quella paura che la balena bianca non incute nel libro, emerge dai comportamenti del capitano del vascello, dall’analisi della sua ossessione per quell’essere che gli ha divorato una parte di sé.
L’ultima sezione del reading, in inglese, è quella più vibrante. Clive Russell diventa i personaggi che legge e, seppure immobile sul palcoscenico, agisce la storia, con l’ausilio delle trascinanti ed originalissime musiche e luci.

Emozionante e coinvolgente. Lacrime bianche, quel colore pieno e opaco che li comprende tutti, scendono in profondità. Alla superficie invece rimane un lieve sapore distorto dalla traduzione in italiano di un testo, la cui resa su un palcoscenico teatrale è decisamente più carismatica ed efficace nell’originale inglese.

(Valentina Carrabino)

Pubblicato su www.teatroteatro.it

 

postato da: carrabinov alle ore novembre 25, 2007 03:17 | link | commenti (2) | commenti (2)
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mercoledì, 21 novembre 2007

La famiglia Lo Cicero (siamo molto cambiati)

Il GruppettoAl Piccolo Jovinelli dal 20 Novembre al 9 Dicembre 2007

Per quale motivo offrire al pubblico, già provato dai tanti e vuoti show televisivi, uno spettacolo che deforma e deprime anche il palcoscenico teatrale?

La famiglia Lo Cicero, sottotitolo siamo molto cambiati, è uno spettacolo composto da due atti unici: La Gabbia di Lucien Descaves, in cui una famiglia borghese divenuta povera, ridotta allo stremo, incapace di rassegnarsi ad un livello di vita modesto, decide di uccidersi in massa e L’irresistibile ascesa della famiglia Lo Cicero di Giuseppe Sorgi, in cui si narrano le vicende paradossali di una famiglia di oggi assuefatta dall’anti-cultura dell’apparire inculcata dalla televisione.

La regia di Pino Quartullo ha accostato due testi fra loro inconciliabili, offrendo allo spettatore lo stridente contrasto di due registri, quello drammatico prima e quello comico-grottesco poi, forzatamente uniti dal debole filone del concetto di gabbia e di compattezza all’interno del nucleo familiare.
Il risultato è poco interessante. La resa degli interpreti, decisamente migliore nell’atto comico, risulta affettata e forzata in quello drammatico iniziale. L’accostamento di contenuti e linguaggi così differenti non trova una giustificazione drammaturgia. L’operazione più che coraggiosa appare folle, oppure, più semplicemente, alla ricerca di una qualunque visibilità. Inoltre i continui e ripetuti cambi di scena non rispecchiano un’esigenza reale e risultano piuttosto di disturbo allo svolgersi dell’azione.

I quattro de Il Gruppetto hanno sicuramente talento comico e un buon affiatamento scenico ma non risaltano invece nell’interpretazione dell’atto unico di Descaves. Volutamente derisoria di un teatro di fine Ottocento che costringeva gli attori a faticosi e forzati volteggi pur di non dare le spalle al pubblico, quando non a rivolgersi palesemente alla platea per declamare il messaggio nel testo, l’interpretazione del primo atto non trova nel secondo una rispondenza comprensibile.
L’intento di raccontare come eravamo e come siamo diventati, attraverso le vicende della stessa famiglia in momenti storicamente tanto lontani, e la riflessione meritevole sul rapporto famiglia-televisione non trovano espressione consona né valida nella messinscena di questo spettacolo.

Pur se il messaggio che si vuole comunicare ha un certo spessore ed una valenza di qualche interesse, la modalità scelta non è gradevole. Il prodotto finale risulta dilatato, dissonante e stonato. Si esce dal teatro chiedendosi quale sia oggi il senso di uno spettacolo così, il motivo per cui offrire al pubblico, già provato dai tanti e vuoti show televisivi, uno spettacolo che deforma e deprime anche il palcoscenico teatrale.
Sembra quasi che lo spettacolo faccia il verso a se stesso: come nel testo le crescenti basse aspirazioni mass-mediatiche portano la famiglia Lo Cicero alla perdita di ogni valore, anche su questo palco si è disposti a tutto pur di avere visibilità.

(Valentina Carrabino)

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categorie: recensioni
domenica, 18 novembre 2007

E - Racconto Inedito

Lei era uscita. Non aveva voluto star lì a vederlo andare via.

Eppure era stata lei a deciderlo. Di non vivere più insieme. Di lasciarlo. Di fargli trovare nello spiazzo davanti casa i mobili della camera da letto che avevano scelto insieme qualche anno prima. Proprio lei aveva insistito per andare insieme al mobilificio a scegliere il letto e tutto ciò che occorre ad una coppia che decide di convivere. Così aveva detto lei.

La casa era di proprietà di Elena e quindi Edoardo si era offerto di occuparsi delle spese per i mobili nuovi.

Avevano anche dato seguito ad un curioso vezzo che ricordava ad entrambi usanze antiche e li teneva così radicati ad una tradizione comune. Avevano fatto ricamare sui guanciali le loro iniziali:  E per Elena, E per Edoardo. Gli piaceva l’idea che nessuno dei due avrebbe potuto riconoscere il suo e così i loro odori si sarebbero mescolati fino a diventare un’unica cosa. Uniti, fusi, coesi. Così volevano amarsi. Così avevano provato a percorrere il sentiero della vita.

Lui bevve velocemente quanto si era versato nel bicchiere e ripensò a quella volta che una bambina, scoprendo i loro rispettivi nomi, aveva trovato tanto difficile pronunciarli insieme: “Elena ed Edoardo”, aveva farfugliato faticosamente. “Edoardo e Elena” ancora riprovando in maniera confusa.

Troppe e.

Troppe congiunzioni?

Troppe similitudini?

Edoardo continuava a farsi quelle domande. Lasciò che gli risuonassero nella testa  fino a diventare un ritmico ticchettio. Poi si estraniò da ciò che lo circondava. Dimenticò la stanza vuota di mobili. Smise di farsi ferire il cuore dalla vista di quel materasso nudo e dei due guanciali vicini senza più un futuro.

Stanco di chiedersi quale fosse stato l’errore nel passato, si tuffò nel presente.

Fuori il cielo era limpido. Di quei mobili non aveva bisogno. Il suo bicchiere era vuoto. E lui aveva voglia di correre.

Uscì lasciando la porta aperta.

Valentina Carrabino

postato da: carrabinov alle ore novembre 18, 2007 13:48 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: racconti
domenica, 18 novembre 2007

LET Liberi Esperimenti Teatrali

LET"Un nuovo teatro per un nuovo pubblico"

Una panoramica di proposte su ciò che avviene nella vasta rete dei teatri off e delle giovani compagnie che operano sul territorio nazionale. Un mese denso di appuntamenti, come un vero e proprio “festival” dove drammaturgia, regia e lavoro d’attore si confrontano e si misurano in un avvicendarsi febbrile di eventi, difficilmente assimilabili per linee tematiche, che si ritrovano in una comune difesa della funzione civile e culturale del teatro.

Dall’esigenza di far incontrare un nuovo teatro con un nuovo pubblico, nasce e cresce la rassegna LET – Liberi Esperimenti Teatrali, nata in sinergia con il nuovo spazio teatrale Cometa Off di Roma e sostenuta quest’anno dall’IMAIE, ha acquisito in breve tempo una precisa connotazione e una sua riconoscibilità fra le iniziative volte a promuovere la drammaturgia contemporanea, dando spazio a nuove scritture sceniche e giovani protagonisti.
La rassegna è strutturata nella forma della doppia serata che prevede due rappresentazioni: la prima con inizio alle 20.45, la seconda alle 22.30. Con un totale di circa 20 spettacoli e oltre 50 rappresentazioni, LET offrirà quindi agli spettatori l’opportunità di fruire di molteplici proposte, vivendo il teatro in modo inconsueto, come uno spazio polifunzionale, aperto, innovativo.

Le prime tre edizioni della rassegna hanno dato ottimi risultati dal punto di vista artistico e della partecipazione del pubblico, dunque a partire dal 20 Novembre ecco le prime proposte di questa IV edizione:

20 - 22 novembre ore 20.45: E, U' CARESTIA?
Scritto e diretto da Benedetto Sicca, il testo è diviso in due parti: la prima parte è una drammaturgia fondata sui frammenti dei vangeli apocrifi, laddove “apocrifo” viene inteso comequalcosa che deve essere tenuta nascosta, a causa della sua preziosità; la seconda parte è invece il racconto del percorso lucido e disperato del celebrante di un rito che ricalca in tutto e per tutto la forma di una Messa.

21 - 23 novembre ore 22.30: ROMA DI NOTTE
scritti metropolitani di Massimiliano Bruno e canzoni sub-urbane di Alessandro Mandarino. Racconti di urbana follia accompagnati da una band zingaresca

23 - 25 novembre ore 20.45: STORIE DI SCORIE il pericolo nucleare italiano: Scanzano, Saluggia, Casaccia di Roma, Latina, Rotondella, Vicenza, Caorso, Ghedi di Torre, Aviano, Novazza di e con Ulderico Pesce.
Attraverso la storia di Nicola, vengono ricostruite le tappe dell’avvento dell’industria nucleare italiana, rappresentando le modalità tecniche del funzionamento di una centrale atomica.

24 - 25 novembre ore 22.30: INTERNO ABBADO
di Andrea Baracco e Claudio Storani e diretto da Andrea Baracco, con Giandomenico Cupaiuolo e Alessandra Paletti.
Prendendo spunto da una suggestione noir di Psyco di A. Hitchcock, si approda ad una scrittura scenica giocata tutta sul paradosso, sul ridicolo, sul grottesco, sulla messa in relazione di segni-ossimoro: un monologo sulla ricerca ostinata di unità fra uomo e donna.

27 novembre ore 22.30: FINALE DI PARTITA
incontro-dibattito con l’ex calciatore Carlo Petrini; moderatore: Daniele Lo Monaco, redattore capo de “Il Romanista” e presentazione del nuovo libro di Carlo Petrini: Calcio nei ciglioni, porcate, imbrogli e fregnacce: cronache pallonare senza censura Kaos Edizioni

27 - 30 novembre ore 20.45: NEL FANGO DEL DIO PALLONE, la storia maledetta di Carlo Petrini, centravanti di serie A con Alessandro Castellucci; di Giulio Baraldi e Alessandro Castellucci e diretto da Giulio Baraldi
Una ricostruzione attenta e disincantata, a volte rabbiosa, di un uomo che ha vissuto nel calcio tutta la sua giovinezza. Che non ha paura di fare i nomi perché il calcio gli ha dato, ma, soprattutto gli ha tolto tutto.

28 - 30 novembre ore 22.30: ITAGLIANI! storia del delirio di Frevella, lavannara che profetizzò a Hitler e Mussolini la fine della guerra a causa di Augusto Cinnicò, uomo di concetto: un’ironia che parla delle dittature di oggi come di ieri.
di Antonella Cilento, con Margherita Di Rauso, regia Eleonora Pippo

2 - 3 dicembre ore 20.45: TRUE WEST, assaggi di teatro americano contemporaneo
reading a cura di Lidia Broccolino. Sono previsti incontri in teatro con gli autori americani Will Eno, Jakob Holder, David L. Abaire, David Barth.

4 - 6 dicembre ore 20.45: L’ASINO D’ORO
un progetto di Francesco Colella e Francesco Lagi. Un viaggio nella parte oscura di noi stessi, un incubo apparentemente senza uscita che ha come altra faccia l’aspetto ridicolo dell’esistenza.

5 - 7 dicembre ore 22.30: UN’ALTRA PARTE
di e con Lucio Patanè, regia Mario Pizzuti; musiche di Lucio Patanè eseguite da Francesco Marino
È la vita di un uomo qualsiasi, vittima di una guerra qualsiasi.

7 - 9 dicembre ore 20.45: DITELO AI POMPIERI: SU UN CUORE IN FIAMME CI SI ARRAMPICA CON LE CAREZZE mini varietà futurista non filologico, poco logico
di Gianni Micheloni, Marco Melloni, Oddo Oddi, Ugo Dighero, Vladimir Majakovskij
diretto e interpretato da Ugo Dighero

11 - 13 dicembre ore 20.45: LA SCOMPARSA DI MAJORANA regia Marco Simboli.
di Claudio Pallottini, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia
Su un palco trasformato in uno studio televisivo, otto personaggi ricostruiscono la vicenda e la personalità di Ettore Majorana, offrendo spunti di riflessione sui limiti dello studio e della sperimentazione.

12 - 14 dicembre ore 22.30: IL VIAGGIO DI FELICIA
di Claudio Pallottini, con Federica Bern, regia Marco Simboli
Felicia è una ragazza rumena immigrata in Italia che ci racconta con estrema leggerezza e ironia la sua storia con semplicità, senza lanciare accuse, senza rivendicare alcun diritto, senza rancori.

14 - 16 dicembre ore 20.45: STORIE. DIARIO INTIMO FATTO A PEZZI, esperimento di drammaturgia contemporanea ritmato dal caos; una partitura dell’irrazionale scritta e diretta da Lucilla Lupaioli. Sperimentatori Massimo De Santis, Alba Rohrwacher, Alessandro Roja
Esplorazione del sociale, come percorso filosofico, attraverso le tracce lasciate dal sentimento umano, attraverso le domande che l’uomo si pone.

15 - 16 dicembre ore 22.30: GIOVANNA CHE IMMAGINO’ DIO, monologo di narrazione sulla storia di Giovanna d’Arco. Elaborazione drammaturgica e regia di Silvia Frasson e Geppina Sica; con Silvia Frasson e Alice Rohrwacher
Immaginare che qualcosa si realizzi, vederla realizzata nella mente, è già un modo per farla esistere. L’attore accompagna il pubblico dentro la storia, insieme la vivono come un viaggio, all’interno del quale l’attore tiene i fili di tutti i personaggi

18 - 20 dicembre ore 20.45: LOVERMAN di Cinzia Villari
regia Lucia Di Cosmo, con Tiziana Foschi e Cinzia Villari
al pianoforte Paolo Bernardi, alla batteria Andrea Bonioli e al sax e clarinetto Michele Villari
Un omaggio al Jazz da tutte quelle madri, amanti, sorelle degli uomini che hanno reso grande la storia del jazz

19 - 21 dicembre ore 22.30: L’ALTRA METÀ
di Laura Bispuri e Francesca Manieri; con Nico Rogner, regia Laura Bisturi
Tra parola ed immagine, il protagonista si sposta da una parte all’altra del palco diventando allo stesso tempo vittima e carnefice di un delitto inverosimile.

21 - 23 dicembre ore 20.45: MORRA di Roberto Capaldo e Fabrizio Di Stante
monologo per attore e maschere liberamente tratto dalla cronaca quotidiana di Scampìa
La storia di due delle tante vittime inconsapevoli della camorra, raccontata, con l’aiuto della potente arma dell’ironia, dall’irriverente e scanzonato Pulcinella.

22 - 23 dicembre ore 22.30: AULULARIA di Tito Maccio Plauto, regia Dario Garofano
con Dario Garofalo, Cinzia Maccagnano, Luna Marongiu, Cristina Putignano
Nasce dalla ricerca sull’utilizzo sempre più consapevole della maschera e con l’idea di avvicinarne la portata teatrale al mondo culturale contemporaneo, evidenziandone il valore di attualità antropologica.

L’obiettivo è soprattutto quello di consentire alle numerose realtà del panorama teatrale più nascosto la presentazione del proprio lavoro senza dover sostenere costi di fatto proibitivi e, per quanto riguarda artisti già affermati, di offrir loro la possibilità di mettersi in gioco all’interno della scena off, inserendosi in tempi e dinamiche più agili di messa in scena.

Teatro COMETA OFF – Via Luca Della Robbia, 47 – tel.  06 57284637    
Ingresso: Intero 7.50 € – Ridotto 5.00 € – Tessera 2.50 €

vedi scheda completa e programmazione su www.TeatroTeatro.it 

postato da: carrabinov alle ore novembre 18, 2007 12:21 | link | commenti | commenti
categorie: festival e rassegne
domenica, 18 novembre 2007

Laura C

LauraC

“Forse nella profondità del mare è sepolta la verità che abbiamo lasciato affondare come un relitto”

Si parte da un fatto di cronaca relativo all’affondamento della nave mercantile Laura C, costruita in Italia ed utilizzata per trasportare alimenti, munizioni ed esplosivo destinati alle truppe nazi-fasciste impegnate sul fronte settentrionale africano. Nel 1941 venne silurata e successivamente trascinata sul fondo. Seguirono vari interventi di sommozzatori, ma il carico di tritolo non venne mai ufficialmente dichiarato. A distanza di cinquant’anni fonti della magistratura lasciano trapelare la notizia che quell’esplosivo possa essere stato utilizzato per numerosi attentati (dal duplice omocidio Falcone-Borsellino al più recente ai danni del giudice di Caltanissetta Ottavio Sferlazza).

Totò e Didì, Wladimiro ed Estragone, calabresi, incarnano tutti coloro che hanno visto, ma non hanno voce per raccontare. Sono due paesani, persone comuni di un piccolo centro dell’Italia meridionale, Saline Joniche che descrivono l’immobilità della gente comune e del tempo nel Sud calabrese nel continuo ripetersi di avvenimenti drammatici, sanguinari ed illegali.

Cercano di far passare il tempo mentre condividono il dramma del silenzio. Hanno visto dunque sanno, ma non hanno il potere e nemmeno il coraggio di cambiare le cose. Possono solo aspettare, e aspettando gridare, provare a stare zitti, ballare, imprecare, ridere, progettare suicidi e lentamente sopravvivere, impedendo alla ragione di colare a picco. Lo fanno “per non sentire tutte le voci morte che fanno un rumore d’ali”.

Lo spettacolo è caratterizzato dalla commistione di diversi linguaggi teatrali, dal teatro fisico all’interazione ludica. In uno scenario minimalista: due cassette, una bacinella e pochi altri oggetti, si svolge il dramma dell’attesa. Attendono Laura C, come i personaggi beckettiani aspettavano Godot, ma a differenza di questi ultimi conoscono bene cosa attendono e dove si trovano. Si aspettano che lo stato faccia luce e dica finalmente la verità su Laura C ed il suo carico.

Quando il bambino di Beckett, qui impersonato dalla Magistratura, li informa che quel tritolo è stato utilizzato per atroci e noti delitti, i due non possono reagire perché non hanno certezze e sanno bene che “la megghiu parola è chidda ca nun se dice” così la verità rimane celata negli abissi, come il relitto.
Gli episodi drammatici contemporanei a cui la performance fa riferimento e la notevole bravura degli attori, coinvolgono emotivamente il pubblico. Coraggiosamente la compagnia teatrale Residui Teatro sceglie il palcoscenico anche come mezzo di denuncia. Le suggestioni suscitate lasciano infatti ampio spazio a riflessioni piene di amarezza.

La rivisitazione del testo colloca in un contesto non facile, ma perfettamente calzante, le tematiche del vivere moderno che il premio nobel irlandese propose al pubblico nel 1953. Sono oggi più che mai attuali le parole di Beckett: “Le lacrime del mondo sono una quantità costante. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, da qualche parte, smette. Non parliamo troppo male, perciò, della nostra epoca; non è più infelice delle precedenti”.

(Valentina Carrabino) 

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categorie: recensioni
sabato, 17 novembre 2007

I Passanti

Presentata all'interno della rassegna UBUSETTETE - Fiera di alterità teatrali al RialtoSantAmbrogio

I Passanti è liberamente ispirato a “Memorie del Sottosuolo” di Fedor Dostoevskij.
Questo romanzo del 1864 è il più spiccatamente esistenzialista del grande autore russo. Narra storie di vita vissuta, caratterizzate da una forte sensibilità, in cui l'aspetto umano conferisce un inestimabile calore alle vicende. Dostoevskij reintempreta piccoli e grandi eventi della vita, alla luce di una spiccata profondità di analisi. La percezione della propria fragilità diviene prima mezzo di conoscenza, poi tragica realtà di una vita in cui il senso di impotenza e di disistima soggiogano il protagonista. L'evento dell'incontro con i suoi vecchi amici, con il suo carico emozionale, il suo desiderio di rivalsa e di dimostrazione pubblica, la celata raffinatezza contrapposta alla pubblica fatiscenza.

Come nell’opera dell’autore russo troviamo anche in questa pièce la paura di sé stessi, il dramma di non potersi accettare, il dolore dell'incomunicabilità. Il protagonista delle memorie è un uomo timido, senza risorse e protezioni, che la brutalità della vita sociale respinge nel sottosuolo, e a cui non resta che cercare uno sfogo provvisorio tormentando chi sta ancora più in basso di lui.
Qui i protagonisti sono due. Sdoppiati raccontano risvolti psicologici differenti. Si incontrano e non si avvicinano. Si notano e si odiano. Si cercano e si sorvolano. Non è importante la relazione che c’è fra loro. Le loro vite corrono lungo binari differenti, come rappresentato dalla linea bianca che ciascuno traccia in scena. Importanti sono la difficoltà del vivere, la protesta sommessa, la finzione per reazione, le grottesche anomalie umane che comunicano.

La messa in scena è un po’ debole. Si fatica a tenere desta l’attenzione. L’agito, anche quando molto violento, si dilata senza un motivo reale. I due attori esprimono una fisicità molto comunicativa. Il detto è invece un po’ troppo interpretato.

(Valentina Carrabino)

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categorie: recensioni
mercoledì, 14 novembre 2007

Makilé. La bambina nel grande serpente

UbuSettete07UBUSETTETE. Fiera delle alterità teatrali

C’era una volta una scelta da fare: vivere una favola o sognare una realtà?

La visione fiabesca di una bambina si sposa con la dura realtà di Corviale, il palazzo lungo un chilometro che a Roma chiamano il “Serpentone”. Su questo palazzo esistono storie e leggende metropolitane ed in esso si intrecciano storie di vita ed esistenze reali, come quella di Makilé.

Questo spettacolo, presentato da Teatro Forsennato, si inserisce perfettamente all’interno della sesta edizione di UBUSETTETE, Fiera di alterità teatrali, dedicata al teatro d’innovazione ed autoprodotto. In linea con lo spirito della rassegna, propone un canovaccio molto valido di Dario Aggioli, ottimamente interpretato da Stefania Papirio e superbamente accompagnato in scena dalle improvvisazioni musicali del Trio Naga, composto da Errico de Fabritiis, Giuseppe Savino e Giulio Maschio.

Makilé, la bambina nel grande serpente, è una bambina nata e cresciuta a Corviale, il palazzo lungo un chilometro che a Roma chiamano “Il Serpentone”. Con semplicità racconta le sue esperienze, accompagnando lo spettatore attraverso un percorso di vita e di sofferenza.

Il linguaggio innovativo di questa messa in scena consiste nella composizione melodica della voce dell’interprete con le voci degli strumenti, fiati e percussioni, che insieme si animano e danno vita ad un racconto fra il fiabesco ed il reale.

Makilé racconta la sua infanzia nell’immenso palazzo, i nascondigli, i mondi inventati, i rumori. Dà un peso specifico alle presenze e soprattutto alle assenze. Nel suo mondo di bambina, durante il tempo cerchio delle sue giornate, fra la scuola e la casa, dipinge con delicata evidenza la sofferenza che cresce sempre più.
La realtà di Makilé è troppo dura e difficile da sopportare per una bimba e così lei, fin dall’inizio la sostituisce con una versione immaginaria: ecco allora che il padre spacciatore diventa un mago che col suo camioncino va a distribuire polverine e pozioni magiche, ecco che la pasta scotta diventa deliziosa e colorata, ecco ancora che il micromondo del “Serpentone” diventa un luogo in cui nascondersi e giocare con amici di fantasia, ecco poi che la costruzione stessa diventa un mostro vivente e rumoroso che spaventa la piccola quando è a casa sola. Ecco ancora che i baci della sua mamma scandiscono il tempo delle sue giornate e le regalano quel sollievo e quel calore che Makilé regala anche al suo pubblico. Ma anche superata l’infanzia Makilé continua a distorcere la realtà e quindi la clinica per disturbati mentali diventa un castello bianco con un principe bellissimo vestito di bianco ed un’infermiera-cameriera personale che le dispensa caramelline dopo la colazione, dopo il pranzo e dopo la cena; le pareti bianche del castello sono lisce come l’acqua quando lava. Ed ancora la morte che sta portandosi via la mamma diventa la dama nera che Makilé non riesce mai ad anticipare.

Stefania Papirio interpreta una Makilé ancora tanto infantile che corre sulla scena ed in platea scompigliando gli increduli spettatori. Parallelamente le improvvisazioni musicali scompigliano gli animi degli ascoltatori attoniti, trascinati in quel mondo di fantasia creato dalla protagonista per sostituire una realtà troppo dura ed impietosa. Ed insieme alle sue parole, gli strumenti raccontano le melodie dell’animo di una bimba che nel profondo si rende conto di non riuscire proprio a scegliere se vivere una favola o sognare la realtà.

(Valentina Carrabino)

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mercoledì, 14 novembre 2007

Buffet - Kataklisma Teatro

BuffetLeggerezza e sospensione, causa ed effetto, shock e risonanza, per raccontare danzando emozioni e storie che attraversano il linguaggio corporeo, ed immancabilmente rimandano al vissuto.

Quattro performers in un vuoto imprescindibile hanno come unico appiglio un buffet: cibo continuamente mangiato, stralci di quotidiano deformato perché mai vissuto autenticamente, piccoli orrori contemporanei, leggeri, abituali, impercettibili, niente di grave. Le azioni si ripetono, si deformano, si lasciano guardare. E' una ricerca su quel tanto di mostruoso che, scavando, si rinviene dietro la realtà opaca, un grande vuoto.

Elvira Foschini cura la regia e la drammaturgia di questa performance in cui il lavoro psicofisico esplora non solo il detto ed il rappresentato ma anche l’ingurgitato.
Il corpo veste i panni del contenitore di cibo mentre esplora il proprio movimento in azione. L’io delle quattro interpreti pone domande attraverso l’azione sulla scena che si combina paradossalmente con una parola non assertiva e non discorsiva.
Sembra quasi di assistere alla forma stessa della sperimentazione, ad una danza che si sforza di superare i binari conosciuti e riconoscibili del movimento per esplorare nuove potenzialità narrative.
Le atlete del cuore del kataklisma teatro danzano micro-cellule drammaturgiche elaborate in un processo psicofisico in cui le dinamiche interne del movimento si combinano con una serie di immagini, brani letterari e suoni che si basano sul vocabolario di gesti di ciascuna di loro, nel doppio ruolo di interprete e di creatrice.

La sala del kataklisma teatro diventa un luogo in cui giovani artisti trovano visibilità e possibilità espressive nell’ambito di una sperimentazione che ricorda un work-in-progress. Il laboratorio di teatro fisico, da cui scaturisce lo spettacolo, prevede infatti una ricerca sulle potenzialità creative ed un lavoro sul corpo, in un'ottica di esplorazione delle dinamiche interne al movimento: è un allenamento alla presenza del corpo flessibile per poter essere sempre “pronti” all’azione scenica. Riecheggia il verbo di Eugenio Barba che si ispirava alla ricerca sul corpo di Stanislawskij e Grotowski.
Il training fisico diviene un laboratorio personale dell’attore, strumento di liberazione, di de-addestramento e di creazione.

(Valentina Carrabino)

 

Pubblicato su www.teatroteatro.it

postato da: carrabinov alle ore novembre 14, 2007 11:55 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni
mercoledì, 14 novembre 2007

Racconto inedito - BUGIA

Ogni volta che si trovava su un treno era come se il tempo gli scorresse più lieve addosso. Gli bastava sedersi vicino al finestrino per poter guardare il paesaggio scorrere veloce e mutevole fuori. Mentre il suono cantilenante e regolare delle ruote metalliche sulle rotaie lo accompagnava, entrava in uno stato di trance che lo aiutava ad uscire dall’impasse in cui cadeva ogniqualvolta doveva prendere una decisione.

E così anche quella notte. Aveva preso il primo treno che percorresse un tragitto abbastanza lungo per il suo intento: aveva bisogno di un percorso che gli potesse permettere di far scorrere tante immagini attraverso il finestrino da poter far cessare l’ansia interiore che provava. Anche stavolta doveva decidere del suo futuro; tanto per cambiare era incapace di focalizzare, di capire cosa lo mandasse in tilt e di cosa avesse paura.

Come magicamente gli succedeva ogni volta, i pensieri si alleggerivano man mano che il treno andava. 

E così anche in quella strana serata estiva, su quel treno per chissà dove, in quel vagone quasi vuoto.

Aveva un libro con sé - Baudolino di Umberto Eco - ma non lo aveva neanche aperto.

 

Poi nello scompartimento arrivò una donna. Era molto bella ed elegantissima. Lui rimase imbambolato a guardarla mentre il suo profumo lo trascinava in un mondo sconosciuto ed affascinante, sott’acqua a ballare con le creature marine più fantastiche.

Quando a malapena si risvegliò dallo stato di assurdo torpore in cui era caduto appena lei era entrata per sedersi proprio di fronte a lui, si rese conto che la donna stava parlando al telefono. Quindi provò a darsi un contegno e tornò a guardare fuori dal finestrino. Ma, irresistibilmente attratto, non poté fare a meno di ascoltare cosa lei stesse dicendo, provando a carpire informazioni sull’interlocutore o sulla vita privata della bellissima creatura arrivata da chissà dove.

 

“Certo.

“Una serata come le altre. La televisione mi annoiava e mi sono messa sul divano a leggere un libro.

“… Baudolino.

“ di Umberto Eco

“Non so... Sono appena all’inizio

“anche io non vedo l’ora

“la prossima settimana se tutto va bene

“certo amore. Come vuoi.

“Un bacio

“Notte

L’aveva ascoltata sbalordito, incantato a guardarla senza la minima discrezione durante tutta la durata della telefonata.

Lei sorrideva dolce mentre con voce suadente augurava la buonanotte al suo interlocutore.

Si sentiva scosso intimamente da tutta quell’assurda situazione: risentito dal comportamento di lei eppure rapito dalle sue movenze. Lo sguardo di complicità con cui lo aveva guardato mentre cercava un titolo, prendendo in prestito il suo libro, aveva totalmente annientato in lui ogni rigurgito di moralità.

Mentre lei toccava la copertina del libro, continuando a parlare al telefono e guardandolo, lui diventava il suo alleato, succube, suddito. Sarebbe stato disposto a mentire per lei in quell’istante e per il resto della sua vita.

 

Appena lei chiuse la conversazione al telefono però tutto si trasformò. Lei assunse un’espressione seria e distante.

Lui non capiva.

Avrebbe voluto chiedere qualcosa. Parlare. Domandare. Ma cosa?

“Dove sei diretta?

“Perché menti al tuo uomo?

“Perché ammicchi verso di me mentre lo fai?

“Cerchi la mia complicità, il mio silenzio, o stai cercando di sedurmi?

Non pronunciò nessuna di quelle domande.

Anche in quel caso non riusci’ a prendere una decisione. Dunque soffocò nelle viscere l’incredibile smania di baciare  la creatura enigmatica che aveva davanti.

 

 

 

Valentina Carrabino
postato da: carrabinov alle ore novembre 14, 2007 09:58 | link | commenti | commenti
categorie: racconti