In prima nazionale al Teatro India, debutta E la notte canta del drammaturgo, romanziere e poeta norvegese Jon Fosse, per la regia di Valerio Binasco.
In questa piéce viene messo in scena un mondo carico di umanità e di realtà. Il timore dell’abbandono si esprime attraverso la vuota eco delle parole, del silenzio, degli oggetti, delle pause. Nella rappresentazione l’articolarsi degli eventi non è evidente, la trama si dipana attraverso piccoli gesti o parole, minimi dettagli che creano suspence. Quella di Fosse è una scrittura musicale e la notte canta perché i pensieri fluiscono attraverso la musicalità delle pause fra le battute dei personaggi, il ritmo degli intercalari, col vuoto ripetersi dei pensieri, nel deserto dei comportamenti, nella tragicomica meccanicità delle situazioni, nella paura della paura.
Qui anche lo spazio è musicale. Lo spazio scenico è diviso in più ambienti, ciascuno connotato da suoni specifici e suddiviso nettamente dagli altri. L’appartamento prigione in cui si svolge l’azione ha uno spazio centrale costituito principalmente da un divano, un tavolo ed una finestra. In questo spazio si muovono e comunicano i personaggi mentre il frigorifero scandisce un ritmo fastidioso ed irregolare. Poi c’è la camera da letto, separata da una porta che viene accuratamente chiusa ogni volta che qualcuno vi si sposta: l’intimo ed il personale vengono rinchiusi e tutti gli interpreti hanno cura di lasciarli separati dallo spazio comune, quello del vissuto soffocante. E poi c’è l’ingresso, con l’armadio, lo specchio e la porta, separato da una parete netta ed animato dal rumore lontano del mondo esterno e dal suono metallico delle chiavi e della serratura. Questo spazio è vissuto solo dalla giovane donna e dagli altri pochi personaggi che si incontrano brevemente con i due protagonisti.
Le vicende dei due giovani sposi lentamente si evolvono verso una rottura. La semplicità dei dialoghi è scandita da una logica elementare. Lo spettatore si rispecchia nel quotidiano della coppia e sente tutto il peso del vuoto lacerante dell’incomunicabilità, che l’affetto e l’abitudine alla vicinanza non possono sostituire. La ripetizione cadenzata dei motivi di insoddisfazione, la dolce ingenuità della ricerca di conferma nell’affetto dell’altro, lo scontrarsi silenzioso di ossessive nevrosi e di apatie depressive raccontano la storia di una coppia come tante. L’assurdo è nella non azione del protagonista che invece nel finale agisce; il paradosso è nell’estrema coerenza della disperazione di entrambi. La poesia è nelle parole del la giovane donna che in procinto di lasciare il marito e la sua unica vita dice: “Forse sarebbe più semplice se avessimo tante cose”
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Al teatro Nuovo Teatro Colosseo di Roma - Dal 29/04/2008 al 04/05/2008
Se la metafora ha un’espressione visibile, questa pare essere la forma a cui si assiste.
La scena è vuota, spezzata solo da un sipario, oggetto scenico che fa da tramite per la trasformazione degli attori sul palcoscenico. Gli attori sono due ed entrambi hanno un doppio che si svela dopo il cambio d’abiti dietro il siparietto.
Le luci sono statiche. Le musiche o altri suoni assenti. Risuonano melodie nel cantilenante cadenzare ritmato delle battute degli attori. Gli attori interpretato marionette di porcellana, costrette a ripetere la stessa scena di un balletto non appena qualcuno apre la scatola imbottita in cui sono contenuti. Sono marionette nel ruolo di attori, costrette ad inventare nuovi numeri per alimentare l’illusione di poter stupire, incantare, interessare ancora a qualcuno.
E’ qui rappresentata la condizione umana colta nel suo accostarsi all’esperienza dell’abbandono. Tale condizione viene evidenziata dall’utilizzo di marionette, metafora dell’essere incapace di definire il suo destino, scritto da altri, stabilito da altri. Come ogni attore in scena attende la luce su di sé per recitare la sua parte, così Mirko Feliziano e Beatrice Ciampaglia impersonano due marionette chiuse in una scatola in attesa che una mano zingara la apra per dar loro uno spiraglio di vita. Terrorizzati all’idea di un futuro buio e silenzioso si affidano all’illusione dell’amore, dell’emozione, della morte pur di non giacere insonnoliti in vuota attesa, proprio come due marionette di indole beckettiana, in attesa di un fantomatico "pertuso" che toglierà loro ogni speranza.
La messa in scena ha la debolezza di non riuscire a tener desta l’attenzione del pubblico. Seppur bravi, gli interpreti recitano dialoghi tanto vuoti da lasciare perplessi, se non annoiati gli spettatori. Ed in assenza di uno sviluppo narrativo del testo come di una risoluzione agli accadimenti, si avverte la spiacevole sensazione di aver assistito alla messa in scena di una metafora. Niente è successo in realtà. La finzione pesa più del reale ma il suo peso specifico è inconsistente.
A testa in giù lo voglio guardare questo mondo alla rovescia. Così che le lacrime salgano, invece di scendere. Tengo gli occhi bene aperti e intanto respiro l’aria al contrario. Lo voglio guardare da quaggiù questo affaccendarsi di anime che si scambiano di posto; lo voglio valutare da quest’altro punto di vista. Lo voglio mangiare questo mondo e digerirlo diverso da com’è. Voglio sentire il profumo delle spezie portate dal vento che scombinano questo posto in cui abito io, lo voglio stravolgere e voglio palpitarci dentro, col cuore che batte al contrario, col passo che va all’indietro, col respiro che tiene il ritmo in levare. Voglio ridere dei brividi e squagliarmi nei singhiozzi. E poi un altro giro. Veloce. Torno in posizione e mi lancio ancora in verticale. Instabile bilico sul ciglio del mondo. I capelli mi solleticano le orecchie mentre accarezzano la terra su cui le mie mani sono saldamente ancorate. I piedi invece liberi corrono senza una base a cui appoggiarsi. Correre senza una strada. Scivolare fra le nuvole senza cercare di arrivare da qualche parte. E Muovere le mani e le braccia invece delle gambe. E provare a tenere la testa altrove. Guardare il paesaggio con le linee al contrario. L’orizzonte segna un nuovo confine tra cielo e terra. Le mani affondano nella sabbia mentre i piedi scalciano in aria. Con questi occhi rovesciati vedo il mare che sta sopra il cielo. Poi arriva la nebbia e da quaggiù sento l’umido della terra. Annuso gli odori della vita che fu e mista a terra si trasforma nei secoli. Ripercorro la storia delle mie vicende. Le emozioni ed i visi dei miei vicini, dei compagni di viaggio. Accolgo nella terra del mio ventre il seme della vita che si trasforma nei secoli. E trasforma anche me.
Un ringraziamento speciale a Daniel Egneus che mi ha ispirata con la sua illustrazione.
La stanza è bianca ma il lampadario acceso sembra avere una luce più scura del soffitto. Io guardo il soffitto perché non posso fare altrimenti. Intanto sento le voci ed i rumori. Le voci sono quelle di mio padre, che ha la erre moscia ed un tono rassicurante, e del signor Aristide, che pronuncia tutte le vocali aperte ed ha una voce stridula niente affatto rassicurante. I rumori sono quelli dei tubi, del metallo elettrico e dell’acqua, e poi ci sono i miei sputi. Se ascolto loro che parlano ho meno paura. Ho sempre paura quando vengo dal dentista.
Oggi è la festa del papà e lui appena sveglia mi ha detto: “Tatina sai che oggi è la mia festa? Dimmi cosa vuoi per regalo ed io l’esaudirò”
“Voglio che mi accompagni dal sig. Aristide perché così voi parlate ed io non mi accorgo che mi toglie i denti. Se sento la tua voce e tu sei lì con me io non ho paura. Ci vieni?”
“Certo piccola. Non hai nulla da temere”
Ho otto anni e da tre vengo dal dentista almeno una volta al mese. Ho l’apparecchio ma quando posso lo lascio sul lavandino e faccio finta di averlo dimenticato così posso stare senza tutto il giorno e mi sembra che sono più bella. Papà si arrabbia quando non mi metto l’apparecchio ma lui non vive con me quindi non lo sa sempre quando succede. Io lo so che lui si sente in colpa perché lui e la mamma si sono lasciati ed ora non siamo più una famiglia, così ogni sera quando mi chiama io ci parlo un po’ al telefono anche se ho tante cose da fare. Così lo rassicuro e lui si sente più tranquillo.
Io e mamma poi non stiamo mica sole perché spesso c’è Fabiano, che mamma dice che è il suo compagno. Anche papà vive insieme a Dorothy e anche lui la chiama la sua compagna. Io non lo so perché si chiamano così, ma dev’essere normale perché a nuoto anche Giusy mi ha detto che la settimana scorsa è andata al cinema con il compagno di sua mamma. Anche a scuola ci chiamiamo compagni, ma non ne ho mica solo uno io.
“Aristide sei mai stato a Roma?”
“Sì, è una città mèravigliòsa
“E se dovessi andarci a vivere, quale quartiere sceglieresti?”
“Hai mica intènziòne di trasfèrirti a Ròma?”
“No, ma sono lì spesso per lavoro e francamente comincio ad essere stufo di stare sempre in albergo”
Quando una parola fa un suono che mi piace io la ripeto nella mente tante volte.
Francamente. Francamente. Francamente. Come lo dice mio papà non lo dice nessuno: francamente
Non lo sento più quello che si dicono lui e Aristide adesso perché il tubo di metallo elettrico stride ed io continuo a ripetere la parola francamente perché mi aiuta a non avere paura. Poi sono costretta a smettere perché il signor Aristide mi sta facendo una domanda
“Dimmi la vèrità: è vèro che non pòrti sèmpre l’apparècchio?”
“Io lo metto sempre”
“Tatina, digli la verità. Diglielo che il lavandino a casa ha i denti più dritti del mondo”
“Va bene allora lo metto ogni volta che me ne ricordo. Però davvero non capisco cosa dice papà. Io non so nulla di lavandini con i denti dritti”
Anche a scuola lo faccio. Ogni volta che mi mettono alle strette faccio finta di non capire. Oppure faccio la faccia da matta e sbaglio i verbi apposta. Di solito funziona perché mi lasciano in pace per un po’. Oppure si preoccupano e mi fanno le coccole, che a me non mi dispiace mica.
“Dì Tatina, ti va di andare al porto?”
“Sì papà, facciamo che mi rincorri e se mi prendi vinci un bacio!”
Correndo sento i capelli leggeri che si alzano e mi pare di avere le ali. Papà non corre veloce e allora faccio finta che ho visto una barca troppo bella e gliela voglio far vedere. Lui sorride e io sono felice perché come sorride lui non sorride nessuno. Gli si accendono gli occhi e sembra che la luce si riflette su chi lo guarda. Poi papà ha i denti belli, anche se uno è morto. Lui dice che se lo tiene così e non lo cambia perché ci è affezionato, ma io l’ho sentito mentre diceva a Dorothy che basto io che do i soldi ad Aristide. Che poi anche Aristide c’ha tutti i denti storti ed io non capisco perché con i miei soldi non ci va lui dal dentista a farseli mettere a posto. Forse anche lui da piccolo aveva un lavandino coi denti dritti.
“Papà che vuol dire francamente?”
“E’ un po’ come sinceramente. Essere franchi vuol dire essere sinceri. E’ il contrario di chi dice le bugie”
Al porto ci sta pure la barca di papà, ma lui non la usa quasi mai. L’ha presa insieme a zio Armando che ci porta sempre qualche ragazza. Lui le chiama per nome e non dice mai che sono le sue compagne. Stavolta non c’è nessuno però. Ci passiamo davanti perché a me piace tanto guardarla. La barca si chiama come me e mentre siamo lì davanti io faccio segno a papà di avvicinarsi e quando lui si abbassa verso di me gli do un bel bacio.
“Anche se non mi hai presa, hai vinto un bacio perché oggi è la tua festa”
Lui sorride di nuovo ed io sono troppo contenta e penso che mi devo ricordare di questo momento, che me lo devo conservare nella testa così lo posso tirare fuori ogni volta che papà non ci sarà, ogni volta che papà sarà a lavorare da qualche parte del mondo, ogni volta che papà sarà in vacanza con Dorothy, ogni volta che al telefono mi dirà ciao velocemente perché non ha tempo per me.
“Sai che sei speciale, piccola mia? Francamente, sei una vera fatina”
Allora lo abbraccio stretto stretto e gli do un altro bacio. Così non me lo posso scordare più.
Valentina Carrabino
Tratto dal libro inchiesta di Ilda Bartoloni, un documentario che non rende giustizia alla ragione del teatro. Uno spettacolo-inchiesta senza particolari emozioni né riflessioni sagaci.
Ho sempre creduto che il senso del teatro, la magia del palcoscenico, ciò che lo rende speciale ed unico, ciò che spiega perché mi è tanto caro, risieda nella capacità di chi ci lavora, dal regista agli attori, dagli autori ai musicisti ed ai tecnici, di renderlo credibile, ovvero possibile mentre accade, e di arricchire chi vi assiste di un messaggio, un’emozione, una vibrazione interiore.
Questo spettacolo invece, che nasce dall’idea di mettere in scena la storia del viaggio iniziato negli anni settanta da una generazione di donne pronte a lottare per la rivendicazione dei loro diritti, attraverso i 22 racconti tratti dalle oltre 60 interviste realizzate da Ilda Bartoloni, autrice del libro-inchiesta che dà il titolo alla pièce, manca del tratto fondamentale della vitalità.
La regia di Daniela Giordano è carente di idee efficaci, il cui senso non vada ricercato in una banale se non oscura simbologia, e non mette in risalto le qualità del testo né le genuine interpretazioni delle giovani attrici. I forzati movimenti in scena delle cinque ragazze che quasi mai interagiscono fra loro, mentre perlopiù si rivolgono alla platea, non seguono un senso narrativo, né giustificano i meccanici spostamenti degli sgabelli, unici oggetti di una scena scarna e non connotata.
I filmati originali che aprono lo spettacolo, seguiti dai brani tratti dalle interviste di tre esponenti del movimento delle donne degli anni ’70, presentano le figure delle madri, con cui le protagoniste crescono e che prendono a modello, per imitarle, adorarle o contrapporvisi. Poi prendono a raccontarsi loro, le figlie, le ragazze dell’oggi in cui rispecchiarsi. Ognuna ha i suoi dolori ed i suoi modi di reagire. Niente di nuovo nel panorama del vissuto al femminile.
Gli spunti offerti dal testo non trovano una realizzazione originale, né particolarmente interessante, ma il risultato è, seppur lievemente, godibile, senza particolari emozioni, senza eccessive riflessioni, senza uscire dal teatro cambiati rispetto a quando vi si è entrati.
Si poteva scandagliare più a fondo nei meravigliosi abissi della psiche femminile.
(Valentina Carrabino)
pubblicato su www.teatroteatro.it
Salverò il poco e il niente / il colore sfumato, l’ombra piccola / l’impercettibile che viene alla luce
Il corpo poetico di Mariangela Gualtieri, accompagnata sulla scena dalle musiche di Dario Giovannini e dal corpo e dalla voce di Muna Mussie, sprigiona devozione per la parola.
Cesare Ronconi, maestro di canto interiore, guida il trio, come un direttore d’orchestra, mentre sul palcoscenico la poetessa forgia parole ritmiche, volatili o consistenti, che escono dal corpo di quegli attori per far vibrare le particelle sensibili dei presenti, in quel misterioso contagio che è la commozione.
Onirico, evocativo, emozionante, delicato, commovente, spietato è il teatro della parola che si sente dentro le viscere, parola che vibra nelle corde dell’anima, parola che si vede fra gli abissi del cuore, fra le tortuose descrizioni del linguaggio, fra le sconcertanti evocazioni del reale.
Quella della Gualtieri è una poesia volta alla continua ricerca interiore, dove i presupposti di un approccio formale al testo vengono sfibrati e allentati per supportare la sensibile logica di una esasperata profondità dell’essere. La cifra ulteriore che caratterizza la sua arte è la destinazione teatrale delle sue costruzioni in versi. Gli spettacoli del Teatro della Valdoca, fondato dalla stessa Gualtieri, insieme a Cesare Ronconi, nel 1983, sono frutto dell’agitarsi perpetuo della creatività visionaria e dirompente della scrittrice di Cesena; le costruzioni delle scene e le azioni degli attori acquistano sostanza grazie alla parola feconda e istintiva di Mariangela che cerca e trova le espressioni per gli ambienti che sprigionano energia e per i corpi che li abitano.
La drammaturgia in versi di Mariangela Gualtieri è come un esagramma, composto da terra sopra e tuono sotto, che appare fugace sullo sfondo, fra le ombre delle fronde al vento. Così, fra cinghie di buio pesto, luci rosse accecanti su corpi che raccontano emozioni con piccoli gesti, si narra la storia del mondo. Il Sermone ai cuccioli della mia specie penetra fra le viscere del comune sentire e smuove le difese dell’umanità che ascolta attonita e riconosce se stessa. Quella stessa umanità che, come la poetessa, non se lo spiegava il mondo, rimane sospesa in silenzio ad ascoltare, commossa, devota.
Mariangela Gualtieri, munita di asimmetrici vincastri (bastoni di ulivo) con cui si àncora a terra, o da questa si solleva, al microfono, con la sua piccola piccola voce, entra nella musica dei suoi versi, sospende le parole nel loro stato di nascita e lascia che le sue poesie si susseguano come un ruscello d’acqua.
Tutto per “fare cuore” con chi ascolta, farsi suo talismano.
Valentina Carrabino
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“La nuova moda le vuole sfacciate: calzando sculture rampicanti le donne di oggi si avviano verso un futuro raggiante su tacchi iperbolici.”
Conteggiò velocemente il numero delle battute ed aggiunse la firma: Babael. Era questo il nome d’arte che aveva scelto nel momento stesso in cui aveva accettato di curare una rubrica sul giornale AdessoDonna. Conteggiava sempre le battute, le parole, gli spazi di ogni articolo, per esigenze tecniche di stampa, ma anche perché provava un sottile piacere nella misurazione delle cose che creava. Contava automaticamente anche le parole che pronunciava. Le capitava spesso nella vasca da bagno quando discorreva a lungo con ipotetici ascoltatori. Serviva a misurare il senso dei suoi monologhi.
Babael era diventata donna da poco dopo una triste esistenza passata a casa con sua madre, una volubile quanto fragile donna di oltre 60 anni. Contrariamente a tanti altri, il cui primo desiderio consiste nell’ostentare la nuova forma, non appena ebbe superato i dolori delle operazioni, lei si chiuse al mondo esterno. Ermeticamente coccolata dalla dimora fatta costruire apposta per lei, trovò a 40 anni il coraggio di separarsi dalla madre e dalla realtà stretta in cui non riusciva ad esprimersi. Disse alla mamma che per lavoro si sarebbe trasferita al nord e si fece costruire una casa su un albero. Quello sarebbe stato il suo nord, almeno per un po’.
Lassù si dedicò a scrivere il romanzo della sua vita. Contemporaneamente, usava lo pseudonimo Babael per firmare una rubrica su un settimanale di poche pretese che le restituiva un contatto con il mondo esterno nonché delle entrate fisse per mantenere i suoi seppur minimi bisogni vitali.
Per la casa aveva speso molti dei suoi risparmi. Era semplice e non troppo grande, ma super accessoriata, proprio come l’aveva sempre desiderata: una tana capace di renderla autosufficiente.
Il resto dei suoi risparmi li aveva spesi per cambiare sesso, interventi che non aveva ancora finito di pagare. Ma non si curava di questo peso perché sapeva che aveva agito per il suo bene e sentiva che lassù, ascoltando il suono delle foglie fra i rami scossi dal vento, il suo bene poteva coincidere con il bene dell’umanità. Trovava sempre il tempo per prendersi cura del suo corpo con esercizi yoga e la pratica costante della masturbazione. Quest’ultima attività le era stata preclusa quando era uomo: si vergognava del suo sesso e sentiva il giudizio di sua madre così non si era permesso mai alcun piacere fisico. Ora che era diventata donna invece poteva concedersi un’escursione nel mondo del piacere, di qualunque genere esso fosse. Non la disturbava affatto di procurarselo da sola, con l’ausilio di qualche ingegnosa invenzione proposta dall’industria del sesso.
Non le importava di condividere con qualcuno le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi progetti. Aveva così tanti personaggi nella mente con cui dialogare ed a cui raccontare storie. Non sentiva la mancanza di un amico vero. Gli esseri umani in carne ed ossa le avevano fatto male e così ora li gestiva a modo suo. Anche i rapporti con l’editrice del giornale erano virtuali. Scriveva e vedeva pubblicati i suoi articoli online. A volte riceveva i commenti delle lettrici e stava iniziando a pensare che avrebbe potuto permettersi di curare un’ulteriore rubrica, una sorta di “angolo delle confidenze” (23 caratteri, spazi inclusi) oppure “ditelo a Babael” (15 spazi inclusi). Preferiva la seconda. La parola Babael aveva un suono incantevole. La ripetizione della stessa consonante e della stessa vocale in quella perfetta simmetria di tre consonanti e tre vocali la conquistava ogni volta che a voce alta la ripeteva.
“Cosa scrivi Babael?”
“Scrivo una storia”
“Che tipo di storia?”
“Oh, è la storia di una donna molto speciale che decide di andare a vivere in fondo al mare. Lì incontra se stessa, scopre di avere dei poteri magici e cambia il mondo sottomarino in un mondo al contrario”
“Ma è una storia surreale. Non ci crederà nessuno!”
“Uff. Non interrompermi, sai che non lo sopporto. Ora rispondi: qual è il contrario di sottomarino?”
“Sopraterrestre?”
“Se non mi facessi ridere ogni tanto ti getterei di sotto. Anzi no, ti seppellirei dentro il tronco del mio albero”
Quando la trovarono ai piedi dell’albero, scalfita da migliaia di tagli, nessuno pensò a contarli. Nessuno sapeva chi fosse e faticarono a trovare dei parenti interessati a riconoscerla. La sua nuova identità era rimasta un segreto per tutti. Un segreto che Babael aveva custodito gelosamente e che aveva portato via con lei.
Nella casa sull’albero ai piedi della quale si era uccisa trovarono un manoscritto. Sembrava in codice. I numeri e le parole si alternavano rincorrendosi in una danza che seppur razionalmente incomprensibile conquistava i sensi. Anche solo a guardarlo si provava un’ebbrezza inaspettata; provando a leggerlo ad alta voce poi si aveva l’impressione di essere rapiti da un incantesimo.
One day I found a big book buried deep into the ground.
I opened it but all the pages were blank and, to my surprise, it started writing itself
Valentina Carrabino
Al teatro Sistina di Roma
Dal 04/03/2008 al 30/03/2008
“Quante cose nella vita si vorrebbero fare, si vorrebbero dire e per un motivo o per un altro rimangono solo pensieri”.
Enrico Brignano è l’amico di tutti: dopo il successo di due anni fa, torna al Teatro Sistina, accompagnato dall’orchestra diretta dal maestro Francesco Capranica; a pochi giorni dal suo ultimo spettacolo, l’attore, mattatore, intrattenitore presenta un nuovo show in cui, in un clima di leggerezza ed ilarità colloquia con il pubblico sulla sua infanzia, la scuola, la famiglia, i primi passi nel mondo dello spettacolo, "il successo e le conseguenze che può avere quando ci si prende troppo sul serio”. Ad affiancare Brignano sul palco Simona Samarelli, attrice che viene dal mondo del musical e che canta con lui le canzoni scritte da Mario Scaletta e Massimiliano Orfei su musiche di Armando Trovajoli. Per i testi Brignano ha collaborato con Mario Scaletta, Augusto Fornari, Massimiliano Orfei e Massimiliano Giovanetti.
“Quante cose nella vita si vorrebbero fare, si vorrebbero dire e per un motivo o per un altro rimangono solo pensieri. Quando uno ha delle cose dentro, le deve far uscire…perché più si aspetta e peggio è”. Ed Enrico non ha tenuto niente dentro. Grazie a questo spettacolo si è tolto lo sfizio di raccontare, condividendole con il pubblico, tutte le cose non dette in altre occasioni, tutti i desideri inespressi, tutti i sogni, i più strampalati, da mettere in scena, tutte le storie comiche da raccontare.
Simona Samarelli rappresenta la memoria del comico romano che, in questa sorta di viaggio in quarant’anni di vita passati a giocare e a recitare prima per diletto, in una scuola e poi su un palcoscenico da professionista, racconta di sé, di com’era e di come è diventato. L’intento di Enrico Brignano è quello di proporre una satira di costume: quel che siamo e quello che vorremmo essere, passando attraverso un pretesto, la carriera di un attore e il teatro.
Esilarante quando attraversa l’Italia dal nord al sud recitando in dialetto storie, movenze e situazioni che caratterizzano la nostra cultura. Ci si riconosce nelle scenette che descrivono lo spaccato di una coppia invitata ad un matrimonio in piena estate a Roma.
Le risate non mancano ma forse troppi sono gli spunti accennati e non del tutto approfonditi. Nel complesso un po’ troppo lungo seppur gradevole lo spettacolo. Troppi sono gli sketch del pur bravo intrattenitore, troppi anche gli interventi musicali un po’ caricati e fuori contesto in questa satira di costume per intrattenere un pubblico che ha voglia di leggera ilarità.
Valentina Carrabino
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“il presente è sospeso su un abisso fra due sponde friabili”
Ci sono io. Abito uno strano pomeriggio col cielo grigio pallido. Guardo in su cercando una forma fra le nuvole che rispecchi i miei pensieri, cerco di trovare corrispondenza fra la mia interiorità ed il mondo esterno. Chiedo alla natura di suggerirmi una via. Penso ad un canyon, alle ripide pareti di due montagne e mi par di correrci in mezzo. Corro veloce. E mentre corro penso.
Ho cambiato la mia vita. Ho stravolto la mia quotidianità, ho assunto nuove responsabilità, ho accettato molti compromessi. Ho lottato contro l’ottusità. Corro. E mentre corro resto sospeso. Come su un ponte che congiunge due mondi, come in bilico fra due pareti scoscese, ho imparato a scivolare, ho seguito il pendio e accolto la sua inclinazione, ho accettato le peripezie, ho cercato una via fra le difficoltà. Ho adattato la mia natura, ho smussato gli angoli troppo spigolosi del mio carattere, ho accolto la differenza con propositiva apertura.
Mentre corro mi manca il fiato. Ora sono stufo. Vadano al diavolo i polemici, gli inerti, i critici incapaci di proporre una alternativa efficace e realizzabile. Al diavolo le chiacchiere senza costrutto, le lamentele senza propositività. Io ho bisogno di fiducia. Voglio realizzare le cose che progetto, voglio migliorare la realtà in cui ho accettato di agire.
Corro ancora ma guardando in su. Oltre quei limiti, oltre quelle ripide pareti che sembrano ostacoli ma sono trampolini. Si può percorrerli al contrario, si può scivolare in senso inverso alla forza di gravità. Si può correre verso l’alto. Basta volerlo.
Un’amica una volta mi ha detto che volere è potere. Ed io le ho creduto.
Oggi corro e mi sento stanco. Oggi credo e mi sento debole. Oggi non vedo luce e la cerco dentro di me. Oggi vorrei ascoltare una volta di più quella voce amica. Vieni a rincuorarmi, vieni a ricordare al mio petto che se batte forte non potrà fermarsi mai. Vieni a portare energia rinnovata energia da lasciar scorrere nelle mie vene. Vieni a pulsare per darmi il coraggio, quello dei sognatori, quello di chi è capace di cambiare il mondo perché è in grado di dare una svolta al sentiero su cui si è incamminato per avvicinarsi alla meta. Vieni a darmi voce per gridare i miei obiettivi, vieni e portami oltre le bassezze dei miei vicini, oltre le rivalità e le invidie degli esseri dal cuore arido, vieni a ricordarmi che posso volare lontano perché sono in grado di guardare lontano. Vieni a ridestare la luce nel mio sguardo. A scuotere i miei sensi indeboliti dai vizi. A farmi apprezzare una volta ancora quel sorriso sincero, quel palpito di vita in un battito di ciglia. Fammi godere dei piccoli gesti, dei doni quotidiani che ricevo perché sono capace di accoglierli. Vieni a sprimacciarmi le ali.
I can fly. I can shine even in the darkness.